Milan, Gattuso alle prese col caso Higuain: non segna da due mesi



MILANO – Prima della fine del 2018, cioè dell’inizio del mercato che una volta si chiamava di riparazione e che in effetti nel caso specifico deve riparare più di qualcosa, al Milan restano solo 3 impegni, che coincidono anche simbolicamente col traguardo del girone d’andata: Fiorentina in casa sabato prossimo, Frosinone in trasferta a Santo Stefano, Spal a San Siro il 29 dicembre. A quale santo votarsi è materia di discussione trascendente, ma Gattuso ha già lasciato intendere che più dei miracoli urgono pragmatismo e vittorie, quelle che non sono arrivate nelle ultime 3 partite e che hanno trasformato il possibile balzo in avanti in pericoloso stallo.

In appena 9 giorni, con gli 0-0 di campionato contro Torino e Bologna, inframmezzati dalla dolorosa eliminazione dall’Europa League in casa dell’Olympiacos, è stata sprecata un’occasione colossale: invece di incalzare l’Inter, il Milan si è lasciato distanziare dai cugini, non ha staccato la Lazio e ha permesso a Roma, Atalanta, Sassuolo e Torino di rimettere in discussione la classifica. L’allenatore ha convenuto con i critici: “Potevamo allungare e non ne siamo stati capaci”. La conseguenza più ovvia è che adesso la squadra non potrà più sbagliare.

E che, per rimanere tra le prime 4, avrà bisogno delle suddette riparazioni a gennaio, in particolare sotto forma di un incursore di centrocampo. L’infortunio di Bonaventura, mezz’ala capace di fare gol e di accendere il gioco, si sta rivelando il più pesante: nella rosa non esistono alternative all’incursore, la cui stagione è finita dopo l’operazione al ginocchio. Con la Fiorentina le assenze per squalifica di Kessié e Bakayoko, espulso per doppia ammonizione, renderanno più evidente il caso e obbligatoria l’ennesima soluzione di ripiego.    

PIPITA GODOT – A furia di aspettare che il centravanti si ridesti, Gattuso sembra il Beckett della panchina: un classico. Lui non ha alternative reali a Higuain e non può fare altro che aspettare ancora il Pipita, ormai in ritardo cronico.  L’allenatore non ha mai invocato l’alibi dell’emergenza, anche se sabato al Meazza con la Fiorentina i contrattempi raggiungeranno il livello massimo. Senza i 2 superstiti alla decimazione del centrocampo, diventati coppia titolare proprio per i gravi infortuni di Biglia e Bonaventura, il Milan non avrà alcun reduce del trio Kessié-Biglia-Bonaventura, battezzato da Gattuso in estate, e nemmeno il rimpiazzo preferito, il solido Bakayoko.

Ma proprio mentre la difesa ritrova i pezzi, col recupero di Romagnoli e Musacchio, la vera grande emergenza si profila in attacco. Se Cutrone non segna e se Suso non inventa uno dei suoi tiri taglienti, la squadra non fa gol. Il problema va ricondotto appunto a Higuain, che avrebbe dovuto condurre i compagni dritti in Champions League, ma che per il momento del condottiero ha pochissimo. Parlano le cifre: 5 gol in 12 presenze in campionato (più 1 assist), 2 su 5 in Europa League (2 assist). L’ultimo risale al 28 ottobre, nel 3-2 alla Sampdoria. Sono numeri da attaccante qualsiasi e invece Higuain non è affatto uno qualunque. A 31 anni potrebbe ancora trascinare alla vittoria la sua squadra. Lo dimostrano le due azioni in fotocopia contro l’Olympiacos e il Bologna: lui che prende palla sulla sinistra, all’altezza del fallo laterale, e che si scrolla di dosso un nugolo di avversari. Tuttavia manca sempre l’atto finale: il tiro vincente.

Gli psicologi applicati al calcio fanno risalire l’involuzione alla famosa serataccia dell’11 novembre, da ex frustrato nella sete di vendetta sulla Juventus: rigore sbagliato, espulsione per avere dato in escandescenze di fronte a un cartellino giallo vissuto come un sopruso, nervosismo crescente e inarrestabile. La cosa certa è che quella sera il Milan è passato dal possibile pareggio contro la squadra marziana al brusco atterraggio sul pianeta dei mortali. E che Higuain, costato 18 milioni di euro per il prestito dalla Juventus, non ne ha azzeccato più una, fino a legittimare ogni voce sull’addio a giugno, senza che il club eserciti il diritto di riscatto a 36 milioni. Nel frattempo Gattuso non può fare altro che aspettare il suo Godot.        

TRASFERTE AL MINIMO – E’ fuori casa che il rendimento del Milan non è stato all’altezza delle prime. Il pareggio di Bologna accentua una tendenza incontrovertibile e pericolosa. Se a San Siro la squadra ha fatto punti e spesso gioco, in trasferta ha vinto soltanto con Sassuolo e Udinese, scavando il solco che la separa non tanto dalla juventus marziana (8 vittorie su 8), quanto dal Napoli (18 punti su 24) e un po’ anche dall’Inter (13). Il Milan ha raccolto 10 punti, 2 in meno del Torino e 1 in meno di Lazio, Atalanta e Sassuolo.

Gli 11 punti di distacco dal Napoli e i 5 dall’Inter si spiegano soprattutto così, anche se il derby perso all’ultimo istante è una trasferta sui generis. Di sicuro il dato evidenzia un difetto di personalità, messo a nudo dalla batosta del Pireo, dove il risultato è stato sì deciso dalle topiche dell’arbitro francese Bastien, però è stata evidentissima la resa alle difficoltà ambientali.

La questione era stata affrontata e in parte risolta da Gattuso attraverso la tattica: il 4-3-3, il sistema prescelto a inizio stagione, garantiva una migliore copertura difensiva e soprattutto un gioco più vario e meno prevedibile, con conseguente crescita dell’autostima. Le difficoltà del 4-4-2 nello scalfire le muraglie avversarie alimentano invece la frustrazione: l’aggiramento dalle fasce diventa indispensabile. E con l’attuale Çalhanoglu in crisi, basta una partita grigiastra di Suso per rendere insolubile il problema. In questo senso la trasferta di Frosinone, il 26 dicembre, sarà davvero fondamentale. Ma prima c’è il duello con la Fiorentina, da affrontare come sempre in emergenza.                       


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