Milan, l’addio di Rino Gattuso: “Diciotto mesi indimenticabili ma è la scelta giusta”


Rino Gattuso ha appena sciolto il dubbio. Ha reciso il tormento. Se ne va: “Decidere di lasciare la panchina del Milan non è semplice. Ma è una decisione che dovevo prendere. Non c’è stato un momento preciso in cui l’ho maturata: è stata la somma di questi diciotto mesi da allenatore di una squadra che per me non sarà mai come le altre. Mesi che ho vissuto con grande passione, mesi indimenticabili. La mia è una scelta sofferta, ma ponderata. Rinuncio a due anni di contratto? Sì, perché la mia storia col Milan non potrà mai essere una questione di soldi”. Cinque milioni e mezzo di euro netti fino al 2021: questo dice il contratto depositato negli uffici della Lega di serie A. Ma tra Gattuso e il Milan, che nel 1999 lo acquistò dalla Salernitana e ne indirizzò l’eccellente carriera, c’è un legame più forte di qualunque contratto. Per questo lui lo rescinde formalmente: tanto sa che non si spezzerà mai sul serio.

Un gesto controcorrente           

 Così, nella sera uggiosa di Gallarate, in un 27 maggio con molte tracce autunnali, l’allenatore ancora giovane (41 anni compiuti lo scorso 9 gennaio) non ha potuto non farsi venire in mente che proprio d’autunno, il 27 novembre 2017, venne promosso in prima squadra dalla Primavera, al posto di Vincenzo Montella: “Ho vissuto un sogno”. Dopo diciotto mesi esatti se ne va e non certo perché il suo anno e mezzo alla guida del Milan debba considerarsi fallimentare: 44 punti la prima stagione da subentrato, con rendimento inferiore soltanto a Juventus e Napoli, e 68 la prima stagione intera, quella appena finita, col record di punti degli ultimi sei anni milanisti, anche se non è bastato per acciuffare la Champions League. Al club un tempo “il più titolato al mondo” la qualificazione alla coppa più importante sfugge ormai dal campionato 2012-13, quando in panchina c’era Allegri. Nel frattempo l’ex mediano campione del mondo a Berlino è diventato allenatore, ha fatto congrua gavetta a Sion, Palermo, Pisa e appunto alla Primavera del Milan. Ed è rimasto uno controcorrente, più che mai: stamattina si dimetterà ufficialmente, entrando a Casa Milan e incontrando l’amministratore delegato Ivan Gazidis, al quale aveva preannunciato la decisione. La separazione è consensuale. Nel Paese in cui quasi mai si dimette qualcuno il suo gesto rimane una rarità.

La ragione del divorzio: il mercato in austerity                    

La ragione dell’addio è molto concreta: il progetto di costruzione della squadra per la stagione 2019-20, la prossima, è azzoppato in partenza dalle limitazioni sul mercato imposte dal fair-play finanziario dell’Uefa (che potrebbe escludere il Milan dall’Europa League) e dalla necessità di riportare in pari entro il 2021 un bilancio che il prossimo 30 giugno sarà ancora in rosso di un centinaio di milioni. Il mercato avallato da Gazidis per conto di Elliott – il fondo statunitense della famiglia Singer che controlla il club dopo il fallimento dell’oscuro imprenditore cinese Yonghong Li, cui Berlusconi passò il Milan nell’aprile 2017 – sarà basato sull’ingaggio di calciatori Under 23 e dal costo limitato: difficile, con queste premesse, migliorare sia la qualità della rosa sia di conseguenza il quinto posto. In effetti Gattuso aveva già preannunciato le proprie intenzioni domenica sera, dopo l’ultima partita di campionato giocata e vinta a Ferrara, in casa della Spal.

 Allenatore bersaglio

 La sua spiegazione, nell’ultima delle sue tante conferenze stampa contrassegnate dall’assenza dei giri di parole consueti all’ambiente del calcio italiano, è stata decisamente lineare: “Sarà complicato fare più di 68 punti, che già non sono pochi. Juventus, Napoli e Inter, che è già partita sul mercato, sono più forti. Si dovrà lottare per il quarto posto e le altre si rafforzeranno. Le aspettative sul Milan, anche se attraversa una fase delicata, sono sempre le stesse: si pensa sempre che debba vincere perché si chiama Milan”.  Ergo: se non arriva almeno terzo, nell’immaginario popolare ha fallito. E il responsabile del molto presunto fallimento è il capro espiatorio più facile da trovare: chi sta in panchina. Anche per questo Gattuso, scottato da un’annata in cui ha spesso fatto da parafulmine nei momenti più complicati, farà un passo indietro: “La mia partecipazione alle vicende di squadra e società Milan è così intensa che devo stare attento a non lasciarci le penne”, ha detto scherzando ma non troppo. 

Gli attacchi dei social

Dopo un periodo di relativa indulgenza durante la breve era cinese, quando l’allora direttore sportivo Mirabelli lo scelse per la Primavera e poi lo promosse in prima squadra, il fondo Elliott lo ha confermato l’estate scorsa in forza del contratto, anche se il nuovo responsabile del mercato Leonardo, già suo ex allenatore, probabilmente avrebbe preferito qualcun altro. I problemi non sono mai mancati: i gravi infortuni in serie, il ripudio a gennaio di Higuain che era il leader teorico della squadra, qualche punto sperperato lungo il cammino, la flessione fatale dopo il terzo posto di marzo. Gattuso non ha mancato di riconoscere e sottolineare i propri errori, a cominciare dall’atteggiamento della squadra nell’eliminazione dall’Europa League in casa dell’Olympiacos, e su quell’eccesso di sincerità e di autocritica si è gettata a pesce la parte più superficiale dei media, alimentando campagne social di rara spietatezza. Tuttavia, mentre due politici come Salvini e Berlusconi attizzavano il fuoco con l’alibi del tifo milanista, Gattuso ha mantenuto freddezza.

Manca un piano B

Nonostante il prevalente silenzio della società, ha dunque spiegato come il rapporto con Leonardo fosse fondato sulla collaborazione e non sulla contrapposizione, fino a rivelare che alcune operazioni di mercato, figlie di vincoli economici con altri club, erano state necessarie: “La società non poteva fare altrimenti”. Rientrano in questa categoria gli ingaggi di Castillejo dal Villarreal e di Laxalt dal Genoa. La chiarezza, però, non è bastata. Senza adeguate comunicazioni sul tema, l’allenatore si è ritrovato sempre puntualmente al centro di qualsiasi voce sulla sua panchina instabile, ogni volta che la squadra perdeva una partita e un sostituto, spesso molto fantasioso, veniva individuato sul web: “E’ una storia iniziata fin dal ritiro di luglio. E sono sicuro che sarebbe di nuovo così anche se restassi: alla prima sconfitta, sui giornali, in tv e su internet, sarei subito in bilico e messo in discussione”. Ora la panchina la lascia sul serio, ma senza che esista un vero candidato alla sostituzione già pronto. Apparentemente la società non ha già pronto un piano B, perché a Gazidis il lavoro di Gattuso non è mai dispiaciuto, né gli ha mai manifestato la volontà di sostituirlo.

Quale progetto per Maldini 

Da oggi, comunque, ai nomi di Jardim e Simone Inzaghi se ne aggiungeranno altri: la soluzione va trovata rapidamente, a maggior ragione in un giorno in cui il doppio addio contemporaneo – l’allenatore e Leonardo, che in Francia viene dato per rientrante al Psg e in Brasile come potenziale futuro candidato al ruolo di ct al posto di Tite – apre una voragine nel progetto presentato l’estate scorsa, con 3 simboli milanisti al centro. In questo momento, a meno che con un improbabilissimo colpo di scena Gazidis non tenti di convincere Gattuso a restare, l’unico della triade a potere rimanere a Casa Milan sembra il più simbolo di tutti: Paolo Maldini, non più apprendista dirigente, ascolterà la proposta di Gazidis. Gattuso andrà in vacanza, ma non smetterà di allenare. Ha estimatori in Italia e all’estero e finora non li ha ascoltati, impegnato com’era nella missione Milan: “Il mio club speciale”. I tifosi milanisti, a Ferrara, a fine partita, cioè a fine campionato, gli hanno dedicato cori di ringraziamento molto espliciti. Quest’anno Roma, Sampdoria e Fiorentina, in fasi diverse, hanno provato a corteggiarlo. Al momento è assai più probabile che Gattuso non resti a lavorare in Italia. Dove il rischio di rimpiangerlo, lui e le sue conferenze stampa in cui non si è mai sottratto nemmeno alle domande più capziose, è decisamente alto.

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