Mozambico: “Non sento la mia famiglia dal giorno del ciclone”. Le testimonianze raccolte dall’onlus Helpcode


Il ciclone Idai si è abbattuto sul Mozambico nella notte tra il 14 e il 15 marzo, distruggendo la città portuale di Beira, la seconda più grande del Paese. Sono morte almeno 446 persone, e 600mila sono a rischio per gli effetti del ciclone. Numeri che sono purtroppo destinati a crescere.

La furia del tifone, dopo aver distrutto la città di Beira in Mozambico, è passsato nello Zimbabwe e in Malawi. Secondo il Presidente mozambicano Filipe Nyusi, i morti potrebbero essere addirittura un migliaio. Il ciclone potrebbe essere “uno dei più gravi disastri ambientali ad aver colpito l’emisfero meridionale, stando a quanto dichiarato dal segretario delle Nazioni Unite, António Guterres.

La onlus Helpcode Italia opera nella provincia di Sofala, tra Beira e Gorongosa, e in queste ore sta lavorando fianco a fianco con le comunità e le autorità locali per distribuire beni di prima necessità (kit igienici e sanitari) e predisporre tende da campo adibite ad uso scolastico. Di seguito alcune delle testimonianze raccolte sul posto dagli operatori dell’organizzazione.

Le testimonianze degli abitanti mozambicani raccolte da Helpcode
– Fernanda arriva zoppicando, il piede visibilmente gonfio. “Io e mio marito eravamo in casa quando è arrivato il ciclone. Nel momento di massima intensità le tegole sono volate via e un albero di cocco, sradicato dalla forza del vento, ha colpito la nostra casa buttando giù il muro. Sono stata colpita al piede da una tegola caduta dal tetto. Per fortuna stiamo bene ma la nostra casa è distrutta”.

– “È iniziato già nel pomeriggio ma dalle 23.00 il vento ha raggiunto la sua massima intensità. È stato in quel momento che le tegole già pericolanti sono state strappate via. Verso mezzanotte improvvisamente il vento si è fermato. Pensavamo che il peggio fosse passato ma verso le 2 di notte si è scagliato con la massima forza come se fino a quel momento ci avesse solo annunciato il suo arrivo. Non ci ha dato tregua fino alle 6 del mattino. Io sono rimasto tutto il tempo seduto sul divano nell’unica stanza in cui non arrivava l’acqua in attesa che tutto fosse finito. Al mattino, quando sono uscito di casa la città era irriconoscibile.

– “Non sento i miei famigliari dal giorno del ciclone. Non c’è rete e tutte le comunicazioni sono impossibili. L’unica strada che entra in città è bloccata a causa di un fiume che è esondato e se l’è portata via. Un amico che è riuscito a passare mi ha riferito che parte delle pareti della mia casa a Beira sono crollate. Devo raggiungere la città per sapere se la mia famiglia è ancora viva. Arriverò al punto in cui la strada è interrotta e attraverserò a nuoto per raggiungere la sponda opposta anche se so che la corrente è molto forte e diverse persone che ci hanno provato hanno perso la vita. Ma non ho alternative.

– Il “So bolos” ha riaperto. Al bar dove a Beira si è soliti bere un caffè e mangiare un dolcetto si respira una strana atmosfera: il giardino completamente distrutto, pochi tavoli, il bancone vuoto, qualche sacchetto per coprire i vetri che si sono rotti. La proprietaria, mozambicana ma di origini portoghesi, ci dice che ha subito qualche danno ma che è pronta a ripartire. Le cameriere con la solita divisa bianca sul quale spunta il ricamo del loro nome ci accolgono col sorriso ma ci avvertono che hanno solo toast, caffè solubile e té. Si comportano come se fosse un giorno come un altro ma alla prima domanda: come va? La casa, la famiglia? ci rispondono: “Non abbiamo più il tetto e ci sta piovendo in casa ma stiamo bene. Che dobbiamo fare?” Per arrivare al lavoro le cameriere sono costrette ad attraversare a piedi quartieri allagati e scavalcare gli alberi caduti che bloccano la strada. Ma sono tutte lì, puntuali e professionali come sempre, forse l’unico modo per ricominciare è vivere come se fosse un giorno normale.


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