Noi, cacciatori di plastica sull’isola del tesoro


ROATAN (HONDURAS). Scaviamo da due ore senza sosta e viene fuori solo plastica. Sembra un pozzo senza fondo, eppure è la riva di un paradiso: una spiaggia turchese dei Caraibi, in Honduras, sull’isola di Roatan.

Leggenda vuole che qui il famigerato pirata Henry Morgan nascose i suoi dobloni, ma oggi la sabbia nasconde un altro “tesoro”: migliaia di tappi, bottigliette, monouso, infradito di gomma, gambe di Barbie, teste di pupazzi, contenitori, un mappamondo. Sopra e sotto, è sconsolante.

Al nostro fianco, Chris Jordan, fotografo che ha mostrato al Pianeta i danni della plastica inghiottita dagli albatros, sembra quasi arrendersi. «Basta, ce n’è troppa», esclama mentre un paguro ai suoi piedi si trascina a fatica nel tappo di un dentifricio.

Quest’immagine è l’ultima cartolina di un viaggio di due giorni nel paradiso perduto di Roatan, dove con altre 200 persone abbiamo raccolto quattro tonnellate e mezza di plastica. Lì, fra le acque del povero Honduras, l’inquinamento da plastica oggi si vede a occhio nudo. Ci sono lidi lungo la West Bay che rimangono quasi incontaminati, ma altri trasformati in discariche dalle correnti che vi trascinano i rifiuti da tutto il mondo.

Nel 2017, a 20 chilometri al largo di Roatan, la fotografa Caroline Power immortalò una gigantesca zuppa di plastica, scatti che fecero il giro del mondo. Quando li vide Daniel Birnbaum – ceo di Sodastream, azienda leader nella gassificazione dell’acqua – rimase sconvolto: «Non ci credevo. Mi sono detto: dobbiamo agire, se non lo faranno gli altri lo faremo noi», racconta mentre raccoglie una tanica incastrata fra la sabbia. Così, per lanciare il suo messaggio costato un milione di dollari, ha deciso di invitare proprio a Roatan 200 fra i suoi dipendenti, oltre a decine di giornalisti e attivisti, nell’operazione Plastic Fighters.

Sotto un sole torrido e un’umidità soffocante, armati di guanti e sacchetti, a bordo di piccole barche abbiamo raggiunto le spiagge più inquinate per recuperare ogni pezzo di plastica.
«In due giorni abbiamo raccolto la quantità di plastica che finisce nei mari ogni 30 secondi. Pochissimo: noi non siamo qui per ripulire, ma per ispirare – ricorda il ceo israeliano – per mostrare agli altri che è necessario creare un movimento, dare vita a una rivoluzione per salvare gli oceani».

Mentre parla, al largo si sperimenta un dispositivo progettato dalla sua azienda chiamato “Holy Turtle”: grazie a una barriera a forma di U, lunga 300 metri e trascinata da due navi, incanala la plastica che galleggia. Ma la “rivoluzione” sarà efficace solo se ne saranno protagoniste le nuove generazioni. Per questo centinaia di bambini delle scuole locali si uniscono a noi nella pulizia.

Ma mentre fissiamo le spiagge ripulite, l’illusione di aver contribuito dura poco: in quest’isola dove il sistema di differenziata quasi non esiste, in poche ore la plastica torna a galleggiare.
«È triste, ma quest’esperienza ci deve rendere più combattivi» dice Maria Westerbos, fondatrice della Plastic Soup Fondation. «Ognuno si impegni a ridurre i monouso e anche le aziende, come ha ribadito al ceo di PepsiCo (che ha acquistato Sodastream, ndr). Devono ripensare il packaging con l’eco design. Solo così proseguirà la rivoluzione e questo paradiso tornerà a essere tale».


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