Profughi, i superstiti del naufragio dei bambini: “Cerchiamo la verità, non dimenticate la nostra storia”



ROMA – Yousef Hasan Wahid ha perso quattro figlie di due, cinque, sette e dieci anni il 10 ottobre 2013, nel naufragio conosciuto come strage dei bambini. Fuggiva dalla guerra in Siria: ad Aleppo faceva il cardiochirurgo, ora vive da disoccupato in Svizzera. Quel giorno un peschereccio con cinquecento persone a bordo si è capovolto, il bilancio della tragedia è di 212 sopravvissuti, 26 cadaveri recuperati, 268 dispersi tra cui 60 ragazzini “Vi chiediamo di collaborare alla nostra speranza – spiega Wahid -, che tutto questo non sia dimenticato. Noi siamo venuti qui per chiedere il vostro aiuto, non per fare uno show. Cerchiamo una verità, anche amara, non si può vivere disperati, senza sapere, senza riuscire a dormire la notte”.

La caparbietà di un giornalista. Le figlie di Wahid sono ufficialmente tra i dispersi, anche se la speranza che siano ancora vive, probabilmente, esiste solo nel cuore di un genitore. C’è tuttavia un’inchiesta sulla loro morte, che non si è persa nel rumore delle onde solo grazie alla tenacia del giornalista Fabrizio Gatti, che su Repubblica e L’Espresso ha ricostruito la dinamica dell’incidente e ha poi denunciato l’accaduto alle procure di Agrigento e Palermo.

Il giorno della strage. Il 10 ottobre 2013 un peschereccio carico di migranti parte dalle coste di Zuwara, in Libia. Poco dopo la partenza viene intercettato da una motovedetta appartenente alle milizie di Tripoli. “Ci hanno intimato di tornare indietro – racconta Wahid – ma noi ci siamo rifiutati di tornare alla morte. Così ci hanno seguito per tre ore, poi ci hanno sparato”. Sono da poco passate le 12, quando i migranti chiamano per la prima volta con un telefono satellitare la Guardia Costiera Italiana. Il peschereccio affonderà alle 17.07, secondo quanto ricostruito durante le indagini. I soccorsi arriveranno intorno alle 18. In mezzo ci sono sei ore di rimpallo di responsabilità tra le autorità maltesi e quelli italiane, con una nave della nostra Marina militare a circa un ‘ora di distanza a cui viene ordinato di nascondersi. Il peschereccio si trovava cinquanta miglia nautiche a sud di Lampedusa e 118 da Malta.  

Le due richieste di archiviazione. L’iter processuale dell’inchiesta è piuttosto accidentato. Dopo le denunce di Gatti, due procure, quella di Agrigento e quella di Roma, chiedono l’archiviazione del procedimento. “In questa indagine le procure non si sono mosse – spiega l’avvocato Arturo Salerni, che segue il procedimento come parte civile per i parenti delle vittime -, ma si è arrivati all’udienza preliminare grazie ai giudici di Agrigento e Roma, che hanno rifiutato l’archiviazione e al coraggio di un giornalista scrupoloso. Ora tra il 10 e il 24 giugno si deciderà se ci sarà finalmente un rinvio a giudizio”. Gli accusati sono Luca Licciardi, che ai tempi del naufragio era a capo delle operazioni del Cincnav, e Leopoldo Manna, del comando generale delle Capitanerie di porto, incriminati per omicidio colposo plurimo.

I superstiti che cercano giustizia. Non è solo Wahid a sperare che questa vicenda abbia una conclusione, ma tutti i sopravvissuti e i parenti delle vittime. La famiglia Sulaimi ha perso cinque bambini e tre adulti, i coniugi Atwah una figlia, gli Hazima, già riconosciuti rifugiati prima dalla partenza dall’Unhcr, due figli. Particolare è la storia di Hatem Shaaban, che nel naufragio ha perso la moglie – “è morta davanti ai miei occhi, colpita da una trave”, spiega – e due figli, uno dei quali è tra i 26 cadaveri recuperati ed oggi è sepolto nel cimitero di Mazzarino, in provincia di Caltanissetta. Sbarcato a Malta con il figlio Haidar è riuscito a ricongiungersi con l’altro superstite della famiglia, Abdulkarim, arrivato a Porto Empedocle e rimasto in un centro di accoglienza da solo, per un mese. “Speriamo che non succeda mai più nulla del genere – chiosa Wahid – all’Unione Europea chiediamo di fermare queste guerre, perché finché ci saranno, ci sarà gente che fugge”.


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