Pugilato, Fury da cattivo a Robin Hood: 9 milioni a poveri e senza tetto


ROMA – Il cattivo del ring nei panni di Robin Hood. Se dovesse riuscire a vincere il titolo dei pesi massimi Wbc contro Deontay Wilder – imbattuto dopo 40 incontri – allo Staples Center di Los Angeles, il 1 dicembre, per Tyson Fury ci saranno solo applausi, oltre allo stupore di pubblico e addetti ai lavori. Niente borsa, neppure un dollaro, ma per sua volontà. Il controverso pugile britannico ha infatti deciso di donare in beneficenza il suo compenso per il match californiano, circa nove milioni di euro, che andranno a poveri e alla costruzione di case per i senzatetto. “Sono un pugile, non un uomo d’affari – ha spiegato Fury a The Sportsman -, aggiungendo di non avere interesse a vivere da milionario, anche per i suoi figli (quattro, con un altro in arrivo) che dovranno costruirsi il futuro senza giovarsi dei beni e della reputazione del padre, a differenza dei figli di famiglie ricche che non fanno nulla e ottengono quello che vogliono, troppo facilmente.
 
IL RINASCIMENTO DI FURY – Il processo di conversione di Fury – 27 match, anche lui ancora senza sconfitte a referto – in attesa della prova per il titolo, continua. Anche se per gli addetti ai lavori difficilmente i soldi della sua borsa finiranno ai più bisognosi. Poche, infatti, le chances di successo. Per il Guardian, la sfida lanciata a Wilder – pugno d’acciaio e definito lo scorso agosto un barbone dallo stesso Fury, offesa estesa anche ad Anthony Joshua, titolare delle cinture Wba, Ibf, Wbo e Ibo – sarebbe la più audace di un peso massimo britannico dai tempi di Franck Bruno che quasi 30 anni fa (era il 1989) salì sul quadrato contro Mike Tyson, con l’ex fuoriclasse di Brooklyn che lo mise al tappeto in cinque round.

L’ultimo incontro di Fury per un titolo mondiale risale a tre anni fa, successo su Vladimir Klitschko e le corone Ibf, Wbo, Wba. A 27 anni praticamente in vetta alla boxe mondiale. Poi, l’inizio della discesa verso l’inferno, tra droga, chili in eccesso, la doppia squalifica, prima per uso di nandrolone e poi di cocaina, divenuta dipendenza, fino alla lunga confessione a Rolling Stone sulla depressione, sui pensieri al suicidio. E, nel frattempo, una tempesta di commenti omofobi, antisemiti. Sino ai propositi di rinascita, la dieta chetonica da sette pasti al giorno che gli ha sfilato fino a 64 kg, il duro periodo di allenamenti negli Stati Uniti. Il pugile di Manchester è tornato sul ring dopo un’assenza forzata di oltre due anni e mezzo, ad agosto, con vittoria ai punti sul tedesco Francesco Pianeta.


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Mario Calabresi
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