Quando l’emoji finisce in tribunale: boom di casi negli ultimi anni. E nel futuro andrà peggio



UN’emoji può essere considerata una prova o un indizio all’interno di un procedimento giudiziario? A quanto pare sì. Alcuni giudici di un tribunale della Baia di San Francisco sostengono per esempio che una serie di messaggi privati scambiati attraverso Instagram, spediti da un uomo a una donna, costituiscano appunto la prova del fatto che il primo fosse lo sfruttatore sessuale della seconda. In uno di essi, dopo la frase “Teamwork make the dream work”, “Il lavoro di squadra consente di raggiungere ogni sogno”, si vedono le emoji di una scarpa col tacco a spillo e un sacchetto di denaro. Per l’accusa il messaggio implica una relazione “lavorativa” fra i due mentre la difesa punta sul romanticismo: era solo un modo per iniziare una relazione. 

 

Solo un esempio di come le emoji, onnipresenti figurine che popolano ogni nostra comunicazione tramite i dispositivi digitali, stiano esplodendo all’interno delle cause legali. Eric Goldman, professore di legge all’università di Santa Clara, si è messo a valutare questa esplosione di riferimenti alle emoji e alle emoticon nelle sentenze delle corti statunitensi. Fra 2004 e 2019 si è infatti passati da cifre insignificanti a oltre 50 giudizi l’anno. Questo senza considerare che, per una serie di impedimenti pratico-burocratici, non può essere un censimento completo e dunque la cifra andrebbe decisamente rivista al rialzo. I database usati dal docente per la sua ricerca, Westlaw e Lexis, si perdono spesso per strada le pratiche contenenti le emoji. Nel 2018, in particolare, si sono contati 53 casi contro i 33 del 2017. Sono oltre 171 negli ultimi anni e il 30% riguarda appunto lo scorso anno. 

 

Ma di che situazioni si tratta? Ovviamente casi di stalking sessuale ma se ne contano di ogni tipo, anche difficili da immaginare, dai furti agli omicidi. “Vediamo emoji più frequentemente quando i casi coinvolgono le persone e il loro rapporto l’uno con l’altra” spiega Goldman. Nei casi di omicidio, ad esempio, le emoji arrivano prima, cioè nelle minacce spedite dall’assassino alla vittima e che dunque precedono l’aggressione mortale. In tribunale servono da evidenza in grado di suggerire la propensione o l’intenzione di compiere un certo gesto, chiara fin da ore o giorni prima del fatto. Proprio in virtù non solo dei messaggi testuali ma anche delle immaginette digitate a corredo. “Se ne trovano nel penale ma anche nel civile” spiega il giurista. 

 

Ovviamente le emoji non sono così importanti da poter ribaltare oppure orientare in modo troppo profondo le decisioni dei giudici. Ma certo spesso forniscono dei segnali. Tuttavia, proprio a causa della loro capillare diffusione, le emoji sono destinate a produrre non pochi problemi alle corti di tutto il mondo nei prossimi anni. Quei simboli pittografici, esplosi nel Giappone della fine degli anni Novanta, costituiscono infatti un codice non chiaro, spesso ambivalente, quasi del tutto legato al contesto e al momento in cui ci si scambia un certo messaggio. Shigetaka Kurita, il suo inventore all’azienda tlc Ntt Docomo, non avrebbe mai pensato di vederli approdare nelle scartoffie di un giudice americano. Insomma, valutare un’emoji tout court può essere una bella sfida, per un procuratore o un avvocato difensore. 

 

Non solo Stati Uniti. Un paio di anni fa, per esempio, una coppia israeliana è stata condannata a pagare migliaia di dollari dopo che un tribunale ha stabilito come il loro uso delle emoji fosse eccessivamente entusiastico. Di cosa avevano colpa? Nulla di male ma, ancora una volta, il fatto dà l’idea degli enormi problemi interpretativi che ruotano intorno ai pittogrammi digitali. Dopo aver visitato un appartamento libero per l’affitto la coppia aveva infatti risposto al proprietario tramite dei messaggi dal tenore molto positivo, aggiungendo le emoji di una bottiglia di champagne, di uno scoiattolo e di una cometa, illudendolo – questo ha stabilito la corte –  di essere intenzionali a sottoscrivere l’affitto. Dopodiché avevano improvvisamente smesso di rispondere ai messaggi del proprietario e alla fine hanno affittato un altro appartamento. “Cattiva fede”, ha deciso il giudice, visto che “le icone manifestavano grande ottimismo” dando l’idea che l’affare fosse concluso. Un altro caso era avvenuto nel 2015 in Francia, quando un 22enne è stato condannato a sei mesi di carcere e mille euro di multa per aver spedito l’emoji di una pistola alla sua compagna, al tempo minorenne: i giudici della corte di Valence avevano valutato l’immagine dell’arma da fuoco come una “minaccia reale”.? 

 

Ciononostante, o forse proprio a causa delle profonde difficoltà interpretative e nonostante il boom di casi, molti giudici continuano a omettere le emoji dai documenti e dalle prove depositate, ritenendole irrilevanti. Ma quelle faccine, che continuano ad aumentare in numero e dettaglio anno dopo anno, sono invece una parte essenziale della comunicazione contemporanea e nei casi in cui le trascrizioni delle comunicazioni online sono lette di fronte alla giuria, dovrebbero essere lasciate e anzi sottolineate anziché evitate: “Immaginate che dopo una certa frase ci sia un’emoji che fa l’occhiolino – aggiunge Goldman – la leggereste in modo molto diverso escludendo quell’immagine”. 

 

A un quadro già sufficientemente caotico vanno inoltre aggiunte ulteriori valutazioni. Tanto per cominciare, la differente resa delle emoji da una piattaforma all’altra o da un sistema operativo all’altro. Tutti sanno, infatti, che le stesse faccine possono cambiare impatto e disegno grafico a seconda degli smartphone che si usano. Mutandone dunque anche un’eventuale ricaduta giuridica oltre che l’interpretazione che una persona può darne. Non è un caso che secondo un’indagine il 20% degli utenti non avrebbe mai inviato una certa emoji se avesse saputo prima come sarebbe apparsa sui telefoni dei destinatari. Secondo elemento critico, il fatto di agganciarsi in modo camaleontico ai dialetti e agli slang: le emoji assumono infatti gran parte del significato in base agli interlocutori e al contesto in cui essi vivono ma anche al lavoro che fanno e alle passioni che sfoggiano. “Possiamo senz’altro parlarne come fenomeno – chiude Goldman a The Verge  – ma per capire davvero il significato probabilmente ci rivolgeremmo a qualcuno che abbia familiarità con la comunità a cui appartengono gli interlocutori, non da un sociolinguista”. 

 

 


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