Reuveni, romanzo sull’alba di Israele – Libri


 (ANSA) – ROMA, 6 DIC – AHARON REUVENI, ‘IN PRINCIPIO, CONFUSIONE E PAURA’ (EINAUDI, pp. 198 – 18,50 euro – Traduzione di Luca Colombo) A chi nel 2014, allo scoppio della prima guerra mondiale, afferma con foga in Palestina, allora provincia di un impero Ottomano agli sgoccioli, che “tutta la politica dell’insediamento in terra d’Israele è stata una follia figlia di menti esaltate…. I turchi ci possono spazzar via dalla faccia della terra con un sol colpo della mano…. e non rimarrà nemmeno il ricordo di questo nostro fragile insediamento”, replica con un pacato ragionamento Ghivoni (sotto il cui nome nel romanzo di Reuveni si nasconde un non ancora trentenne Ben Gurion, futuro primo ministro di Israele) concludendo: “Abbiamo bisogno di una Turchia forte perché solo all’interno di un grande impero Ottomano, che comprende molti popoli, tribù, etnie, c’è posto anche per noi e il nostro futuro”.
    Basta uno scambio di battute come questo per capire che ci troviamo davanti a un romanzo storico e politico, un romanzo d’avventure intellettuali che, non a caso, si svolge quasi tutto nella redazione e tipografia di una rivista socialista-sionista, ‘La strada’ (e Elena Loewenthal in una sua nota introduttiva ci ricorda come in realtà si chiamasse ‘Ha-Derech’) in cui il futuro personale e degli ebrei arrivati in Palestina è il centro di ogni discussione. Naturalmente attorno ci sono le vite quotidiane, le simpatie, le insofferenze e anche gli amori dei vari personaggi, a cominciare da quello del protagonista, Aharon Tziprovitch, contabile del periodico, innamorato di Menia, un’infermiera che, al contrario di lui, inetto e pronto a farsi da parte ma osservatore ironico e malinconico, ha un carattere deciso e non gli risparmia critiche, visto che non appare certo accecata dall’amore.
    Il romanzo, uscito nel 1919 e primo di una trilogia intitolata ‘Verso Gerusalemme’, esprime proprio, sin dal titolo, quell’atmosfera di “confusione e paura” negli anni inquieti e caldi della Grande guerra che vissero i primi coloni, fuggiti dalla Russia zarista che, persa la guerra col Giappone, conobbe nel 1905 un’ondata rivoluzionaria e di repressioni. A Gerusalemme “continuavano a fare discorsi, scrivere articoli, indire commissioni, tutto come erano soliti fare a Vilnius o Kiev 10 anni prima”. Lo scrittore stesso è di origine ucraina, dove nacque nel 1886, deportato in Siberia da dove riuscì a fuggire, girò per anni il mondo, prima di approdare in Palestina e lavorare al periodico di cui si parla in questo libro, quindi scrivere romanzi prima in yiddish e poi in ebraico. Impegnato politicamente nel partito dei lavoratori socialista e poi in polemica con esso e con la sinistra, è considerato uno dei padri fondatori di Israele, assieme al fratello Ben Zevi che ne sarà il secondo presidente della repubblica.
    Il romanzo, considerato un classico nel suo paese, si rivela comunque subito alla lettura opera di respiro e di bella scrittura nella capacità da gran romanzo (si avvertono echi di una certa narrativa russa) di restituirci un’atmosfera umana e ideologica, un vivace momento storico in quel crogiuolo di avvenimenti e incontro di persone che da sempre è Gerusalemme.
    Assieme al povero Tziprovitch con la sua vita sempre un po’ fuori della mischia, evitando di schierarsi, e che gli costerà un finale di conseguenza, sono molte le figure che restano nella memoria anche del lettore non israeliano, che scopre un periodo storico e una situazione che non conosceva, attraverso ritratti umani diversi e ben articolati, dalla vivace dialettica e ricchi di chiaroscuri, di alte spinte ideali e di piccoli egoismi, di buoni sentimenti e momenti meschini o di vigliaccheria, tra il desiderio di alcuni di andarsene anche per paura del futuro e quello di altri di restare e impegnarsi senza sapere, in un momento di tanta confusione, cosa si riuscirà a fare, cosa accadrà. (ANSA).
   




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