Scomodo e con mille difetti, ma abbattere San Siro sarebbe un insulto alla storia


ROMA – Fra sette anni – fu inaugurato il 19 settembre 1926 con un’amichevole Inter-Milan, finita 6-3 per i nerazzurri – lo stadio di San Siro compirà cento anni. E per quella data, 2026 appunto, potrebbe non esserci più, essere stato già demolito a favore di un Meazza bis più piccolo e privato costruito poco distante. Praticamente identico, con lo stesso nome, ma più moderno, con tutte le cose indispensabili che ci vogliono negli stadi oggi: ristoranti, bar, musei, comodità, palchi extralusso, maxischermi ovunque, shopping center e via dicendo.

Tutte cose che, di ristrutturazione in ristrutturazione (l’ultima fondamentale quella delle 11 torri nel 1990) ci sono ovviamente anche oggi, anche se per raggiungere il proprio posto sul terzo anello serve un certificato di sana e robusta costituzione, ma che non hanno l’appeal e il marketing delle nuove cattedrali del football. Che hanno anche finito di stupire e sono ormai colate di cemento, acciaio e plexiglass più o meno tutte uguali nel mondo. Grandi centri commerciali dove si gioca anche a calcio.

Un grande trust delle migliori eccellenze imprenditoriali che fanno capo ad aziende americane e cinesi – senza alcun nazionalismo o gretto provincialismo per carità – hanno stabilito che del San Siro di oggi non se ne fanno niente. E che si può tranquillamente sgretolare con i bulldozer. Fossimo in America lo farebbero saltare con la dinamite per farlo implodere spettacolarmente su se stesso.  Il video dello Stadicidio di San Siro in diretta farebbe il giro del mondo, attirando i followers in un horror show.

Pensare anche solo di abbattere San Siro è un insulto alla storia e alla cultura popolare. San Siro non è solo la Scala del Calcio, è Milano, è un simbolo. Milano è il Duomo, la Scala e San Siro. Un riferimento non solo di milanisti e interisti, bauscia e casciavit, ma un punto d’arrivo, un traguardo, un santuario che appartiene a tutti. Anche agli avversari di Milan e Inter: entrare a San Siro, calcarne il campo e osservarne le tribune enormi e incombenti, significa da sempre avercela fatta. Il massimo.

Il Meazza, per tutti San Siro, è stato, è ancora uno dei più belli stadi del mondo. Scomodo e con mille difetti che andrebbero corretti, certo, ma emozionante, un teatro unico. Che non ha niente di meno dell’Old Trafford, del Campo Nou o del Santiago Bernabeu. Tutti stadi storici, antichi che infatti o sono stati rimodernati nel luogo stesso o lo saranno nei prossimi anni. Si dirà che anche Wembley o Highbury sono stati demoliti e ricostruiti. E infatti aver abbattuto le torri di Wembley è stato un crimine e trasformato Highbury in un complesso di appartamentini, per costruire poi una nuova astronave poco più in là, una concessione al furore e a una speculazione edilizia controversa. E tuttora irrisolta, vedi il caso dello stadio della Roma, “pasticciaccio brutto” che, unica cosa buona, almeno non prevede l’abbattimento dello Stadio Olimpico.

In pochi giorni a Milano si è coagulato spontaneamente un comitato del no, già forte e sufficientemente indignato. Rivera già quattro anni fa quando si pensava ad un esodo milanista disse: “Non se ne parla, la casa del Milan è San Siro”, Massimo Moratti è inorridito all’ipotesi di un Meazza abbattuto, Sandro Mazzola addirittura è trasalito: “Oddio mi sento male”. Milano oggi è una città bellissima, moderna, proiettata nel futuro, ma rispettosa anche del suo passato, una capitale ormai invidiata addirittura da Roma. Difficile dire quale sia la soluzione migliore. Costruire un altro stadio altrove, iniziare le pratiche di divorzio di Inter e Milan dopo oltre 70 anni, ristrutturare lo stadio Meazza lì dov’è? Di sicuro va detto chiaro e forte: abbattere San Siro no, mai.
 


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