Sfruttamento e morte sul lavoro, in Senato le vittime dell’incendio alla fabbrica Ali Enterprises



ROMA – Morire di lavoro, morire sul lavoro è una terribile “consuetudine” che riguarda un’enorme pezzo di mondo, soprattutto in quelle regioni del Pineta dove i diritti – quelli basilari che la sicurezza nei luoghi dove si produce ricchezza – non solo non esistono, ma una volta violati si fa anche fatica a chiedere che si faccia giustizia per le vittime. Con la settimana internazionale di eventi che ricordano l’incendio a Karachi della fabbrica Ali Enterprises, dove nel 2012 rimasero uccise oltre 250 persone, le vittime e alcune organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani e dei lavoratori hanno cercato di rispondere ad una domanda: se quei lavoratori e lavoratrici sono morte mentre cucivano i nostri abiti, di chi è la responsabilità? Quando la fabbrica bruciò, il principale acquirente era l’azienda tedesca KiK. Solo poche settimane prima dell’incendio, l’edificio aveva ricevuto una certificazione dall’azienda italiana RINA per conto del Social Accountability International. Da allora, una coalizione di organizzazioni, assieme alla Ali Enterprises Factory Fire Affectees Association ha implementato una strategia comune per accertare le responsabilità delle due aziende e garantire giustizia per le vittime e i loro familiari.

In europa a cercare giustizia. Stamattina, presso la Sala “Caduti di Nassirya” del Senato, i sopravvissuti all’incendio della fabbrica Ali Enterprises e le organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani e dei lavoratori hanno incontrato i giornalisti. L’11 settembre 2012, più di 250 lavoratori e lavoratici morirono tra le fiamme a causa della mancanza degli equipaggiamenti di protezione antincendio basilari. Ora cercano giustizia in Europa, visto che la Ali Enterprises produceva per il distributore tedesco KiK ed era stata certificata dal revisore italiano RINA. E’ stata l’occasione per fare il punto sui percorsi legali intrapresi per ottenere giustizia per le vittime, tra cui la causa in corso presso la corte di Dortmund, cui le vittime per la prima volta, parteciperanno presenziando ad un’audizione orale il 29 novembre, pochi giorni prima della conferenza stampa, l’indagine penale in Italia e il processo in Pakistan.

I partecipanti all’incontro. Erano presenti, oltre al senatore Gianni Pietro Girotto, presidente della Commissione Industria, Commercio e turismo del Senato, il quale ha espresso – tra l’altro – il suo impegno personale e del Movimento 5 Stelle (al quale appartiene) affinchè il diritto di “privacy” non diventi un alibi e una complicità oggettiva nella scarsa o nulla trasparenza delle aziende, in fatto di sicurezza. Ha presieduto l’incontro Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign, rete di più 250 partner che ha lo scopo di migliorare le condizioni di lavoro e il rispetto dei diritti dei lavoratori dell’industria della moda globale. Presenti anche Saeeda Khatoon, che ha perso il suo unico figlio nell’incendio di Karachi;  Nasir Mansoor, vice segretario generale della Pakistani National Trade Union Federation (NTUF); Alessandro Mostaccio, avvocato con una lunga esperienza come Pubblico Ministero, che si è occupato di migliaia di procedimenti penali come giudice ordinario a Torino; Dr. Carolijn Terwindt, consulente legale esperto del programma Business and Human Rights dell’European Center for Constitutional and Human Rights’ (ECCHR); Ben Vanpeperstraete, coordinatore del team Lobby e Advocacy della Clean Clothes Campaign.

Il fallimento del RINA, ente certificatore. E’ stato presentato il caso dell’istanza inoltrata al Punto di Contatto Nazionale in Italia (PCN) delle Linee Guida OCSE destinate alle imprese multinazionali contro RINA per aver fallito nell’identificare le lacune nelle misure di sicurezza, solo poche settimane prima dell’incendio. La battaglia per avere un pieno e giusto risarcimento è un processo tutt’ora in corso. Dopo quattro anni di campagne e negoziati, KiK ha accettato di pagare 6,15 milioni di dollari sotto forma di pensioni a lungo termine per i sopravvissuti e le famiglie delle vittime, per le spese mediche e la perdita di reddito. Sono esclusi i danni per il dolore e la sofferenza causati dal terribile incidente. Una causa civile parallela contro KiK, presso la Corte di Dortmund in Germania, si prefigge di includere anche questo tipo di danni per chiarire maggiormente le responsabilità legali delle aziende nei confronti della catena di fornitura. Sia la campagna internazionale per ottenere i risarcimenti, che questa causa legale hanno giocato un ruolo chiave nel mettere sotto pressione KiK, portando l’azienda al tavolo e chiudere il negoziato. Ciò dimostra che le azioni legali possono giocare un ruolo molto importante nelle lotte dei lavoratori per la giustizia. 

Poche precauzioni e in tanti sarebbero vivi. Come provato da una video simulazione realizzata dalla Forensic Architecture, sarebbero stati sufficienti piccoli miglioramenti alla sicurezza per salvare migliaia di persone durante l’incendio. Per accertare le responsabilità dell’azienda italiana di auditing RINA nel non aver denunciato questi difetti nella sicurezza, lo scorso settembre la coalizione internazionale di attivisti e difensori dei diritti umani insieme all’associazione delle vittime del rogo della Ali Enterprises hanno presentato un’istanza OCSE contro l’azienda presso il Punto di Contatto Nazionale in Italia.

La settimana itinerante dei pakistani. Quella degli ospiti provenienti dal Pakistan è stata una settimana itinerante, cominciata a Ginevra il 26 novembre scorso, proseguita poi a Bochum il 28, poi a Dortmund il 28 e il 29 e, infine, a Roma oggi. Hanno presentato il loro caso al Global Forum for Business and Human Rights delle Nazioni Unite a Ginevra, parteciperanno alla prima audizione orale presso la Corte di Dortmund e incontreranno i responsabili del Punto di Contatto Nazionale OCSE in Italia. La Campagna Abiti Puliti sostiene da anni la battaglia dei familiari delle vittime dello sfruttamento nell’ambito dell’industria tessile e dell’abbigliamento, sia delocalizzata che non: dallo sfruttamento nell’industria della moda “Made in Europe”, ai salari da fame delle operaie e degli operai delle scarpe “made in Europe”, o a quelle del signor Hu, dalle promesse mancate di H&M, a 3 anni dall’incendio del Rana Plaza, e ancora dal Rogo di Tazreen, alle ripetute denuncia di scarsa trasparenza di numerose multinazionali dell’abbigliamento. Quella della Campagna Abiti Puliti è una rete di più 250 partner, che lavora in coordinamento con le coalizioni attive in 17 paesi europei e in collaborazione con le organizzazioni di diritti del lavoro in Canada, Stati Uniti e Australia.
 


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