Siria, i boati e i pericolii della guerra vissuti dalle monache e dai monaci di un convento



ROMA – Era in Australia per un documentario quando vide le prime immagini delle proteste della cosiddetta “Primavera araba”, nel 2011, Maria Luisa Forenza.  E così, un po’ per curiosità ma anche per un suo spiccato interesse per la cronaca, ha deciso di raccontare non tanto la situazione storico-politica mediorientale, quanto “la resistenza umana alla guerra, la vitalità del popolo siriano, e l’identità Cristiana, che lì si è trovata a dare sostegno alla popolazione, nell’ambito di una situazione altamente rischiosa. “Sentivo che il film doveva raccontare qualcosa che proiettasse gli esseri umani nel futuro – spiega – una storia vera. Mother Fortress racconta, appunto, dei pericoli quotidiani delle vite dei religiosi in Siria, coloro che lottano per salvare la dignità e la sopravvivenza di esseri umani innocenti, travolti da questo conflitto che non finisce mai”.

Un’esperienza vissuta in prima persona. Il film-documentario nasce da un’esperienza, vissuta in prima linea dall’autrice e regista. Testimone di un attacco delle formazioni armate appartenenti al cosiddetto “stato islamico”, i tagliagole dell’IS, insomma, a Qarah e al Monastero nel 2015. Forenza racconta: “Ho filmato quello che ho trovato realmente, ovvero il silenzio. Eravamo rimasti tutti muti. Ho filmato l’accaduto: la drammaticità del silenzio. Ognuno in quel momento si è assunto la responsabilità della propria esistenza, una dilatazione che ho cercato di cogliere con lo spazio vuoto e con il suono”.

Come è nato il film. La regista incontrò Madre Agnes, badessa del Monastero di Qarah, a nord di Damasco, in diversi convegni negli Stati Uniti, dove era andata per raccontare al mondo ciò che stava accadendo in Siria. Nel 2014 Forenza decide di raggiungerla. Conosce cosi  la sua comunità monastica internazionale e vi ritorna altre volte fra il 2015 e il 2017, seguendo un convoglio umanitario che si inoltra fino all’Eufrate, per portare assistenza ai siriani sfollati e colpiti dal terrorismo. Il film documentario è stato girato nel suo monastero, che si trova ai piedi delle montagne, proprio al confine con il Libano, dove le formazioni dell’IS si nascondono.

Il monastero, un set reale. Nonostante sia di fatto un classico obiettivo per attacchi, il monastero accoglie orfani, vedove, rifugiati (cristiani e musulmani), vittime di una guerra fratricida, che dal 2011 ha prodotto caos e devastazione. Particolare attenzione è data, infatti, al suono e agli effetti sonori registrati sul campo all’interno del monastero e all’esterno, con i canti del muezzin utilizzati come colonna musicale del film: “I canti cristiani in arabo e francese (le lingue utilizzate anche nel monastero, assieme allo spagnolo, portoghese, inglese e latino) erano una colonna sonora – conclude Maria Luisa Forenza – che scandiva la ciclicità quotidiana delle meditazioni, delle preghiere, delle liturgie di monaci e monache. I giorni e le notti del monastero erano scandite da preghiere cristiane e musulmane, come un canto e un controcanto che ho cercato di documentare in tutto il film”.

Una storia umana. Il film racconta non tanto gli aspetti drammatici del conflitto, quanto gli effetti da esso provocati all’interno di una comunità in cui le differenze religiose lasciano il posto all’aiuto umanitario, mosso da uno spirito di condivisione anche in situazioni estreme. La badessa, assieme ai monaci e alle monache, provenienti da Francia, Belgio, Portogallo, Libano, Cile, Venezuela, USA (di cui alcuni ex-giornalisti), organizza un convoglio di ambulanze e camion, che percorrono strade controllate da cecchini. Madre Agnes persegue la rocambolesca missione di fornire aiuti umanitari (cibo, vestiti, medicine) ai siriani rimasti intrappolati nel Paese. Esplorazione non della guerra, ma della condizione umana in tempo di guerra, il film è un viaggio materiale e spirituale, una ‘storia d’amore’ con destinazione Roma, dove il senso del racconto si rivela.

 


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