Steiner e la Spoon River dei pazzi – Libri


(di Luciano Fioramonti)
(ANSA) – Roma, 26 apr – MARCO STEINER, “ISOLE DI ORDINARIA
FOLLIA” (MARCIANUM PRESS, pp. 144, EURO 18). Voci che hanno
voglia di uscire dalla polvere, storie raccontate con “parole
imbevute nell’ inchiostro delle fotografie” per descrivere
sogni, frammenti di ricordi, ombre di vite senza nome. E’ un
viaggio popolato di esistenze sospese, una onirica Spoon River
dei pazzi il libro di Marco Steiner “Isole di ordinaria follia”,
dove dalle nebbie della laguna di Venezia arriva l’ eco dei
malati rinchiusi in passato nel manicomio dell’ isola di San
Servolo. Steiner, che ha trascorso gli ultimi 15 anni a seguire
le tracce lasciate in luoghi esotici da Corto Maltese, l’ eroe
romantico di Hugo Pratt, stavolta punta la barra verso una
destinazione interiore, fatta di connessioni, in cui la
scrittura si intreccia con le foto scattate nel vecchio ospedale
psichiatrico dallo svizzero Marco D’Anna, suo storico compagno
di viaggi, e quelle raccolte nello stesso luogo dal grande
Gianni Berengo Gardin prima del 1978, l’ anno in cui la legge
Basaglia decretò la chiusura dei manicomi.
   
A offrire lo spunto per i racconti sono le storie contenute
nelle cartelle cliniche dei registri del 1800 di San Servolo.
   
Poche indicazioni, a volte surreali, circa il tipo di patologia,
qualche dettaglio sul comportamento o sulle vicende familiari
dei malati, bastano all’ autore per dare corpo ai protagonisti e
a immaginare le loro vite e i loro pensieri. In tutto
quattordici storie, sette maschili e sette femminili, come i
figli di Niobe, punita dagli dei con la loro uccisione per aver
umiliato Latona, la moglie di Zeus che era riuscita a partorirne
soltanto due, Apollo e Artemide. Nel cortile del manicomio di
San Servolo c’ è appunto una statua della ninfa, che ricorda la
sua pazzia provocata dalla tragedia, e la condanna a piangere
senza fine per il dolore. Asciutto e muto è il dolore che filtra
da ogni personaggio, dall’ organista che si immagina in un mondo
nuovo suonando in chiesa dopo la dose di elettroshock, alla
adolescente violentata dal padre che scappa di casa, diventa
prostituta che finisce a San Servolo con la diagnosi di
“ipomoralità costituzionale”.
Il silenzio avvolge Guglielmo, il fabbricatore di bussole,
ricoverato nel 1844: non parla, non sa una parola d’ italiano,
muore di colera cinque anni dopo. E ancora, la donna innamorata
di un marinaio sensuale che resta paralizzato dopo un incidente
e si perde nell’ alcol e nella violenza finendo in manicomio con
lei. Il bianco e nero delle foto dello svizzero Marco D’Anna,
cupe e suggestive, scandisce i racconti. Densi di “ribellione e
ruvida poesia” gli scatti d’epoca di Berengo Gardin, che ha
offerto all’autore romano, suo amico, la raccolta dei provini
delle visite nel manicomio con le annotazioni e le indicazioni
sui tagli delle immagini. Lo psicoterapeuta Antonio Dragonetto
nella postfazione osserva che le immagini “permettono di
cogliere quell’attimo in cui la malattia mentale, con la sua
violenza e la sua sofferenza, si manifesta”. I racconti di
queste vite disperate lasciano però filtrare la speranza di una
guarigione “con l’ ascolto e con la parola”.
Marco Steiner ricorda che nel 1500 i pazzi spesso venivano
abbandonati in mare su navi senza vele che affondavano o
toccavano terre lontane lasciando che il loro carico umano
vagasse nelle strade di paesi sconosciuti dove nessuno li capiva
e magari potevano trovare qualcuno che si prendesse cura di
loro. Di questo parla “La nave dei folli”, l’opera satirica in
versi scritta da Sebastian Brant nel 1498. Più di cinquecento
anni dopo questo libro segue la stessa scia, conduce in
territori misteriosi e sfida a comprendere ciò che sfugge al
sentire comune. Una zattera con le vite dimenticate di altri
figli di Niobe in cerca di una costa su cui approdare e di
qualcuno disponibile a mettersi in ascolto.
   




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