Storia e misteri su nascita presepio – Libri


(di Paolo Petroni)
(ANSA) – ROMA, 23 DIC – MAURIZIO BETTINI, ”IL PRESEPIO”
(EINAUDI, pp. 180 con illustrazioni – 19,00 euro).
   
Nelle case, specie quelle dove ci sono bambini, in questi
giorni si è costruito il presepe, magari facendo una puntata a
Napoli in via San Gregorio Armeno per vedere le ultime novità e
comprare oggetti di scena o personaggi. Il Presepe è infatti un
teatro, una scena di teatro di figura che rappresenta la
natività in un divenire che va dalla comparsa della stella
cometa all’arrivo dei re Magi e come tutte le sacre
rappresentazioni è frutto di una lunga evoluzione, di
riscritture successive che portano al senso e alla comunicazione
culturale che conosciamo oggi e che ha valore fondativo per
tutta la comunità cristiana.
   
Maurizio Bettini, docente di Filologia classica
all’università di Siena e studioso di miti e tradizioni
nell’ottica dell’antropologia culturale, ricostruisce il
percorso e la nascita attraverso i secoli del nostro presepe,
quello che conosciamo oggi, individuando l’origine di tanti
aspetti, se, per esempio, né di capanna né di grotta e tanto
meno del bue e l’asinello si parla nei vangeli di Luca, che cita
solo una mangiatoia e i pastori, e Matteo, che anzi parla di
nascita in una casa. E’ San Gerolamo che cita la grotta, quasi a
riempire una lacuna di Luca, e ricorda che si trattava della
stessa grotta dove un tempo di venerava Adone, amante di Venere.
   
I miti classici, la letteratura specie latina, servono a
capire il percorso che porta a Greccio dove si dice che San
Francesco per farne una nuova Betlemme costruì il primo presepe
nel 1223. Prudenzio, il grande poeta cristiano antico del IV
secolo dopo Cristo, racconta della nascita di Gesù in un
paesaggio in cui ”i rigidi massi, sconfitti, hanno rivestito di
erba le loro selci” e ”già la quercia, dal suo arido tronco,
stilla gocce di amomo, già la tamerice trasuda balsamo” e
arrivano ad adorarlo ”i bruti animali… e i quadrupedi si
avvicinano alla mangiatoia”, affermazioni che pur nella loro
genericità oggi ci piace leggere come prime allusioni alla
presenza del bue e dell’asinello, che del resto a quell’epoca si
trovano rappresentati accanto al bambinello in decorazioni
scolpite di sarcofaghi. Bettini si chiede perché si parli, a
cominciare da vangeli apocrifi, di queste bestie e proprio
sempre di un bue e un asino che finiscono ormai già da soli a
simboleggiare la scena della nascita, del natale. Le due figure
prendono corpo a seguito di colte dispute teologiche, hanno un
valore chiaramente simbolico che aiuta a capire anche il senso
della mangiatoia, che è il luogo in cui nasce il verbo affinché,
come scrive Isaia ”il bue riconosca il suo possessore e l’asino
la mangiatoia del suo padrone”: il bue è colui che è sotto il
giogo della legge, quindi il giudeo, mentre l’asino, animale che
porta pesi, colui che è gravato dal peccato d’idolatria. E così
messi assieme a mangiare nella simbolica mangiatoia della
conoscenza, per San Paolo prendono ”la forma di un sol uomo
nuovo”, con il primo che appunto libera dal giogo della legge e
l’altro che sgravia dal fardello dell’idolatria.
Senza nulla togliere alla magia semplice dei bambini che il
presepe lo fanno ogni anno, ne manovrano i personaggi,
aggiungono il bambinello o fanno avanzare i Magi, c’è poi
naturalmente da capire la differenza di ruoli tra spettatori e
attori all’interno della rappresentazione. Da una parte abbiamo
l’importanza dei pastori, col loro stupore e forza di
testimonianza del prodigio che si compie davanti ai loro occhi;
dall’altra c’è per esempio da indagare chi fossero e cosa
rappresentino i Magi che arrivano con i loro tre doni, oro,
incenso e mirra. Ma non vogliamo svelare tutto qui, che la
lettura del colto saggio storico antropologico di Bettini, per
chi fosse interessato, è ben scritto e quindi avvincente come
ogni lento svelamento di un mistero, quello di questa ricorrente
ricostruzione della scena, che si manifesta e ha valore solo in
quel momento, in quei giorni: ”un presepio sottratto al
calendario, sopravvissuto al suo tempo, non è più vivo, è
imbalsamato”, non è più una recita, ma una fotografia, ricordo
testimonianza di quel che è stato al momento giusto.
   




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