Sudan, le “Regine della Rivoluzione” che stanno costruendo un altro Paese



ROMASul sito di Nigrizia c’è un interessante editoriale sulla attuale situazione in Sudan, che volentieri, qui di seguito, pubblichiamo. Mette a fuoco il ruolo delle donne in una fase violenta e tragica di questo enorme Paese, all’indomani della deposizione di Omar Hasan Ahmad al-Bashir, avvenuta l’11 aprile scorso, dopo essere rimasto al potere dal 1989. Una “fase di transizione”, viene definita, ma che la popolazione che protesta nelle piazze e che subisce brutali repressioni, non percepisce come tale, dal momento che ancora oggi il governo del Sudan è nelle mani di una giunta miliatre fedele a Bashir. 

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All’orecchio quel simbolo delle regine. L’abbiamo vista, era donna. A Khartoum, in questi mesi di proteste di piazza, è stata lei l’immagine della libertà e del cambiamento. Lei che si staglia, ritta nel suo toob bianco, il braccio che incoraggia la folla, lo sguardo che cerca l’intesa di chi l’ascolta, la fotografa, segue il suo parlare incalzante. Agli orecchi, un dettaglio che ai sudanesi non è sfuggito: dei pendenti che chiaramente ricordano le Candàci, le regine sudanesi dei tempi faraonici.

Le donne protagoniste. Infatti, la rivoluzione che ha scalzato al-Bashir pochi mesi prima che completasse il trentennio dalla sua ascesa al potere (30 giugno 1989), l’hanno fatta per gran parte loro, le donne. Sulla spianata davanti al quartier generale dell’esercito e nei flash mobsbocciati ovunque era difficile contare i manifestanti, ma nessuno può negare che le donne erano la maggioranza dei manifestanti. Giovani studentesse, ma anche professioniste e madri di famiglia. L’8 marzo, giornata internazionale della donna, è stato ribattezzato giornata delle Candàci. Quel giorno la piazza è appartenuta solo a loro.

Quel luogo comune delle musulmane sottomesse. Un protagonismo che smentisce il luogo comune che nel mondo arabo o musulmano le donne siano passive, se non addirittura sottomesse, e che non abbiano alcun peso nella vita politica. Una presenza così esplicita e ancorata nella storia (le regine Candàci) ha un impatto su tutti i sudanesi. In un paese dove vige la legge islamica da 36 anni e dove la Fratellanza mussulmana ha promosso con orgoglio una campagna di arabizzazione della popolazione (con tutto quello che questo ha comportato in regioni come il Darfur e i Monti Nuba), l’affermazione delle radici africane, antecedenti l’arrivo dell’islam, è una vera e propria sterzata del discorso sociale.

Il grido delle nuove generazioni. Uno degli slogan più scanditi nei giorni della rivoluzione è stato Ana Afriqi, ana sudani (Io sono africano, io sono sudanese). Vale un patrimonio perché la nuova generazione di studenti e di professionisti non vuole più indossare obbligatoriamente una identità importata da fuori. I manifestanti di Khartoum sono, innanzitutto, i testimoni della questione identità che si è fatta ormai stantia, ignorata dal potere per decenni. In un paese fatto di minoranze e dove le diversità culturali e linguistiche sembrano non aver diritto di cittadinanza, il regime che ha rifiutato la pluralità e voluto l’omologazione è arrivato al capolinea. Vedremo se nelle delicate negoziazioni fra esercito e civili per la formazione del governo di transizione le donne avranno lo stesso peso che hanno avuto in piazza. Di certo, le donne sudanesi non staranno a guardare.

Il sudan in cifre. I gruppi etnici più numerosi sono: arabi (circa 70%), baggara, fur, nuba, fallata. Le lingue maggiormente in uso: arabo e inglese (ufficiali); nubiano, ta bedawie, fur. Religioni di riferimento: musulmani sunniti (96%), cattolici (3%, per lo più sudsudanesi emigrati), altri cristiani (1%). Abitanti: 37.346.000 (luglio 2017) in un territorio di 1.861.484 km².


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