Sull’asteroide Bennu ci sono gli ingredienti della vita


Sull’asteroide Bennu ci sono i mattoni della vita. Li ha scoperti la sonda della Nasa Osiris Rex, in orbita da gennaio 2019 attorno a questo fossile del Sistema solare. E potrebbe essere proprio da uno di questi corpi celesti che sulla Terra sono arrivati gli ingredienti, principalmente composti del Carbonio, che hanno dato origine alle prime forme biologiche. Anche dall’altro asteroide visitato da una sonda, la giapponese Hayabusa 2, ci sono novità. La missione nipponica ha trovato molecole di idrogeno e ossigeno, ossidrili, lo ione dell’acqua. Hanno partecipato a entrambe le ricerche anche scienziati italiani dell’Istituto nazionale di Astrofisica.
 
Ingredienti della vita su Bennu
Ben sette articoli, sulle riviste del gruppo Nature (Nature, Nature Astronomy, Nature Geoscience e Nature Communications), espongono questa nuova scoperta. Ai dati hanno contribuito anche i ricercatori italiani dell’Istituto nazionale di Astrofisica. Le analisi sono frutto delle indagini svolte grazie agli strumenti scientifici in cui l’Inaf partecipa con i ricercatori Maurizio Pajola, Elisabetta Dotto e John Robert Brucato.
 
“Le osservazioni spettroscopiche ottenute dagli spettrometri Ovirs, che indaga nel visibile e nel vicino infrarosso, e Otes, che osserva invece nell’infrarosso termico, hanno mostrato l’affinità di Bennu con le meteoriti condriti carbonacee di un tipo molto raro, ricche di carbonio e materiale organico – spiega John Robert Brucato – un’affinità che, quindi, pone fortemente l’accento sul ruolo degli asteroidi primitivi come Bennu nell’origine della vita sulla Terra. Inoltre, sono già state identificate alcune aree sulla superficie di Bennu dove la sonda Osiris-Rex dovrà atterrare per raccogliere il materiale che verrà riportato a Terra nel 2023 e studiato nei laboratori di tutto il mondo”. Osiris-Rex scenderà infatti sulla superficie dell’asteroide a luglio 2019, per prelevare un campione da riportare sulla Terra per essere analizzato in maniera approfondita. Alcuni mesi fa la stessa Osiris-Rex aveva trovato su Bennu antiche tracce di acqua.
 
Gli asteroidi, come le comete, sono dei residui rimasti del suo processo di formazione, e quello che si cerca di capire è se un asteroide come Bennu possa aver introdotto sulla Terra materiale contenente acqua e ricco di carbonio, contribuendo quindi anche alla nascita della vita: “Bennu è uno dei numerosi piccoli corpi che, ruotando intorno al Sole, intersecano l’orbita del nostro pianeta. Gli impatti che questi oggetti hanno avuto con la Terra hanno modificato il corso della vita e, ancora oggi, costituiscono un potenziale pericolo per il nostro pianeta – sottolinea Elisabetta Dotto, dell’Inaf di Roma – dal 1999, anno della sua scoperta, ad oggi Bennu è stato oggetto di una campagna internazionale di osservazione da telescopi a Terra. Sulla base delle informazioni acquisite sappiamo che si tratta di un oggetto scuro e primitivo, simile ai piccoli corpi che si ritiene abbiano creato le condizioni adatte per l’innesco della vita sulla sul nostro pianeta, rilasciando con i loro impatti acqua e materiale organico appena formato”.
 
Anche sulle comete, come quella visitata dalla sonda dell’Esa, Rosetta, sono stati trovate in passato molecole organiche. Un altro indizio che fa pensare come l’impatto di questi oggetti che vagano per il Sistema solare possano avere avuto un ruolo fondamentale per la nascita della vita sul nostro pianeta. E, forse, con lo stesso meccanismo, anche in altri luoghi del Sistema solare o della galassia.
 
Gli scienziati italiani si sono dedicati anche all’analisi della forma e della morfologia di questo grosso sasso bruno: “Non appena abbiamo iniziato ad osservare Bennu da vicino, abbiamo visto che la sua superficie è caratterizzata da una miriade di massi di svariate dimensioni. Questo aspetto era atteso dalla comunità scientifica visto che Bennu, con i suoi 500 metri di diametro, è quello che viene definito un asteroide ‘rubble-pile’, cioè non monolitico, ma costituito da parte dei frammenti rocciosi che formavano l’asteroide genitore, dal quale si è formato in seguito ad un impatto distruttivo” ed ha aggiunto “Prima dell’arrivo a Bennu le osservazioni radar fatte da Terra tra il 1999 ed il 2012 avevano indicato che avremmo trovato un unico masso di dimensione non superiore ai 10 metri. In realtà, grazie ad immagini ad alta risoluzione prese dallo strumento PolyCam di Osiris-Rex, abbiamo misurato questo masso scoprendo che è lungo 56 metri. In aggiunta, abbiamo scoperto che ci sono altri 3 massi con dimensioni che superano i 40 metri ed una densità per chilometro quadrato di più di 200 massi grandi 10 metri. Questi massi enormi non possono essersi formati tutti a seguito degli impatti che hanno formato i crateri presenti su Bennu, perché per dare origine a materiale di risulta di tali dimensioni l’asteroide sarebbe stato totalmente disintegrato. Sono quindi gli antichi frammenti dell’asteroide padre da cui Bennu è nato”.
 
“Pezzi” di acqua su Ryugu
Uno degli articoli sulle molecole di ossidrile trovate sull’asteroide Ryugu dalla sonda giapponese vede il contributo di due ricercatori dell’Inaf di Roma: Ernesto Palomba e Davide Perna. “Dall’analisi dei dati dello strumento Nirs3 a bordo della sonda Hayabusa 2 – spiega Ernesto Palomba – si evince che Ryugu ha una superficie molto scura e possiede una struttura spettrale che è indicativa della presenza in superficie di materiale contenente ossidrile, lo ione dell’acqua costituito da un atomo di ossigeno e uno di idrogeno (OH). Questo materiale risulta presente sulla superficie dell’asteroide in modo omogeneo, ma in lieve abbondanza”.
 
Per Davide Perna “sia la morfologia che l’uniformità delle caratteristiche spettrali dell’asteroide Ryugu fanno pensare che questo corpo celeste si sia formato a seguito di un impatto primordiale subìto da un corpo celeste ‘genitore’, i cui frammenti si siano riaggregati per costituire l’asteroide come oggi lo osserviamo. L’energia termica sviluppatasi in questo impatto potrebbe aver causato una parziale disidratazione del materiale, giustificando così la debole intensità osservata per la banda di assorbimento dell’OH”.

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