Thailandia, salvò i 12 ragazzi intrappolati nella grotta: “Non chiamateci eroi”


ROMA –  E’ sua la voce in background nell’emozionante video che ha mostrato al mondo, praticamente in diretta, gli istanti del ritrovamento, “Quanti siete?”, “Tredici”, “Fantastico!”, ma non chiedete a Rick Stanton cosa hanno provato lui e il suo collega John Volanthen in quel momento: è una domanda che chiunque gli rivolge da un anno e tra tutte è anche la più imbarazzante. E per chi non ha mai dovuto immergersi e procedere a tentoni per un chilometro e mezzo in una galleria sommersa, piena di ostacoli, in diversi punti strettissima e a visibilità zero, la risposta sincera può essere deludente, perché: “La verità è che non c’è stato il tempo di essere felici o emozionarsi, il sollievo di trovarli vivi è durato giusto la manciata di secondi che abbiamo impiegato a contare fino a tredici man mano che avanzavano verso di noi, subito dopo, tutto quello a cui abbiamo potuto pensare è stato ‘e ora come diavolo facciamo a riportarli indietro sani e salvi’” ha rivelato lo spelosub.

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La più complessa operazione di tutti i tempi. Definita dagli esperti come la più complessa operazione di soccorso in grotta di tutti i tempi, la missione di salvataggio in Thailandia inizia il 23 giugno dell’anno scorso, quando 12 giovanissimi calciatori tra gli 11 e i 16 anni e il loro allenatore di 25, scompaiono nella grotta di Tham Luang, che nel frattempo si allaga a causa delle piogge monsoniche. Nove giorni dopo, i due speleosub inglesi riescono a trovarli tutti vivi a 3 km dall’entrata, 1.500m più lontano del punto in cui erano riusciti a penetrare i soccorritori che li avevano preceduti, di cui quattro erano rimasti intrappolati e tratti in salvo dagli stessi britannici. Dopo il ritrovamento dei ragazzi, i navy seal thailandesi riprendono in mano il comando per le operazioni di recupero, ma passano altri 5 giorni e nessuno riesce a trovare una soluzione. Impossibile aprirsi un varco dall’esterno trivellando, allora si pensa di lasciarli lì per quattro mesi, portando loro generi di conforto in attesa della fine della stagione monsonica; ma non è una opzione realmente praticabile, allora arrivano le proposte di Elon Musk, la capsula-razzo, il tunnel gonfiabile, ma nessuna realizzabile, così come irrealizzabile è l’idea di insegnare ai bambini i rudimenti della speleosubacquea, un’attività ben più complessa della semplice subacquea. 

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Il tempo stringe. La finestra di tempo utile si sta chiudendo drasticamente, i monsoni che hanno concesso alcuni giorni d tregua stanno per tornare più violenti ad innalzare i livelli dell’acqua a valori ingestibili e nella notte un esperto sub muore per prolungata carenza di ossigeno. I thailandesi allora accettano la proposta di Stanton di sedare i ragazzi per portarli fuori, ogni speleosub dunque trasporterà un ragazzo stretto a sé, con la testa tenuta salda accanto al suo viso per controllarne la respirazione, fino al primo check point asciutto dove lo attenderanno altri medici e soccorritori per continuare il percorso. “E’ stata una delle decisioni più difficili della nostra vita – afferma Stanton –  ma non c’era alternativa. Era impensabile sottoporre quei poveri ragazzi a quel lungo percorso in immersione da svegli, un passaggio davvero complesso perfino per i più esperti. Ci abbiamo messo due ore e mezza per portare ognuno di loro fuori dalla grotta, l’ultimo è uscito dopo tre giorni, appena in tempo prima che l’acqua ricominciasse a salire”.

Nessun miracolo. Oggi sono tutti sani e salvi, i navy seal thailandesi lo hanno definito un miracolo, ma Stanton non è d’accordo: “I miracoli c’entrano veramente poco, in realtà il successo dell’operazione è stata frutto della combinazione di eccezionale pianificazione, competenza, grande coraggio e collaborazione con tutte le forze in campo, locali e internazionali. E’ stato evento senza precedenti e ci siamo dovuti letteralmente reinventare il manuale operativo di soccorso”.

Esplorate sempre, ma pianificate l’avventura. Gran parte dell’opinione pubblica nel mondo si è scagliata contro l’allenatore che ha condotto la squadra in quella grotta, criticandolo per la sua incoscienza, ma Stanton rifiuta nettamente questa visione, con un certo humor inglese: “Il cartello fuori diceva ‘divieto di entrata da luglio a novembre, stagione monsonica’, era il 23 giugno, semmai sono stati i monsoni incoscienti a non rispettare le indicazioni! Scherzi a parte, nessuno dei ragazzi deve essere rimproverato o ritenuto responsabile, erano solo in cerca di avventura, come è normale e sano a quell’età. Esplorare è fondamentale, ti fa acquisire le abilità che servono ad affrontare la vita adulta. E’ parte dello sviluppo naturale dell’essere umano e tempra lo spirito, un aspetto che un po’ si è perso nel sistema educativo occidentale. Quei ragazzi invece erano già forti e uniti e questo ha giocato un ruolo decisivo nella loro sopravvivenza. L’unico consiglio che posso dare a loro e a tutti i giovani e meno giovani è vivete pure le vostre avventure ed esplorazioni, ma pianificatele con cura. La pianificazione non toglie nulla al divertimento, riduce solo drasticamente i rischi”.

Un esploratore. Definito come “uno dei più abili speleosubacquei del mondo”, Richard Stanton, 58 anni, Vigile del fuoco oggi in pensione a Coventry, in Inghilterra, è volontario del British Rescue Council, il corpo inglese di volontari del soccorso speleologico e da anni esplora grotte sommerse e conduce soccorsi o recuperi nelle grotte di tutto il mondo con il compagno di esplorazioni John Volanthen. Quella in Thailandia è solo l’ultima di una serie di “missioni impossibili”. Nel 2004 partecipò al salvataggio di sei soldati britannici che durante un’escursione speleologica rimasero intrappolati in una caverna in Messico per otto giorni. Nel 2010 Stanton e Volanthen tentarono di salvare il sub Eric Establie. Grazie ad un’immersione impegnativa e pericolosa, lo speleosub trovò il corpo del francese rimasto bloccato a causa di una frana e riuscì a recuperare il computer utile per ricostruire la dinamica dell’incidente. Ha ottenuto numerosi premi e nel 2013 è stato insignito del titolo di Membro dell’Impero Britannico. Eppure non può fare a meno di schernirsi ogni volta che si sente definire un eroe: “Non siamo affatto eroi, siamo solo esploratori che talvolta riescono a usare le competenze che hanno acquisito nella loro vita privata per restituire qualcosa alla comunità, tutto qui.  Fin quando si ha la speranza di trovare qualcuno in vita non si smette di cercare e di tentare. E’ un imperativo morale, per tutti. Quando mi chiedono aiuto, valuto e calcoli rischi e capacità e se è alla mia portata lo faccio e basta. E’ semplice, e molto meno poetico o romantico dell’eroismo”. 


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