TikTok in Italia, il social video per bambini che divide i grandi


L’EMOZIONE provata alla recita della poesia sotto l’albero di Natale davanti a genitori e parenti potrebbe essere già diventata un ricordo del passato. Da qualche tempo bambini e giovanissimi cantano, recitano e ballano attraverso il filtro di TikTok, il social network cinese lanciato nel settembre 2016 e ormai conosciuto a livello planetario.TikTok ha 500 milioni di utenti forti. L’utilizzo è facile: scarichi l’app, crei brevi clip musicali di durata variabile tra i 15 e i 60 secondi e aspetti i like o i commenti. Di proprietà di ByteDance, considerata la startup di maggior valore del pianeta (75 miliardi di dollari nell’ottobre 2018), TikTok ha inglobato musical.ly e da allora riceve i favori tra l’utenza più giovane. Ed è proprio qui, nell’età dei fruitori che risiede la preoccupazione più evidente: gli utenti dei video sono giovani, per non dire giovanissimi (dai 6 ai 16 anni). Il rischio di incappare in manie di protagonismo, di emulazione o persino in un utilizzo compulsivo è elevato.

“Le caratteristiche proprie di TikTok – ricorda Silvia Renzi, psicologa e psicoterapeuta Gestalt-Analitica – la veloce esposizione sia a livello fisico che narcisistico, combaciano con il bisogno adolescenziale di voler apparire e mostrarsi, in continua ricerca di approvazione ed egocentrismo. Il problema è che TikTok amplifica questo bisogno, aggravandolo e a volte cronicizzandolo, trasformando queste esternazioni in tratti di personalità permanenti”.

Non la pensano così i diretti interessati. “Per noi che creiamo i video, TikTok è una piattaforma con del potenziale, racconta Cecilia Cantarano, tiktoker romana di diciannove anni con all’attivo 590 mila follower. “Tutto può essere rischioso se non viene controllato e infatti i nostri video vengono filtrati e revisionati. Io ho iniziato a dicembre scorso per gioco, per riguardarmi, ma ora mi rendo conto che è un trampolino di lancio, un modo per essere notati. Una specie di curriculum vitae che mi ha portato ad incidere la mia prima canzone “Sagapò” e a farmi contattare da Zelig”. Cecilia racconta di sentirsi a suo agio a parlare e ridere davanti allo schermo del cellulare: la sola cosa che la mette in imbarazzo è quando “fanno rivedere i miei video con me presente. Strano ma vero, in quei momenti sono in completa difficoltà”.


TikTok in Italia, il social video per bambini che divide i grandi

Daniele Davì e Cecilia Cantarano

Ed è proprio qui, secondo la psicoterapeuta, che risuona uno dei tanti campanelli d’allarme: “Se sono costantemente in vetrina lo sviluppo del sé e la definizione dell’identità adulta si formano solo attraverso il giudizio di un pubblico immaginario, virtuale. E visto che nella realtà non esistono i like, ci si sente persi”.

Daniele Davì, tiktoker milanese di 19 anni, è indeciso se fare il regista o l’attore: ha iniziato a creare video tre anni fa con YouTube insieme ad un’amica e ora su TikTok ha raggiunto i 500 mila follower. “I social li uso come un trampolino di lancio, tanto lo so che non ci starò per sempre. Qui il target di chi ti segue è più basso, ma si cresce molto più in fretta. Il segreto per piacere è essere più genuini possibili”. Sull’eventualità che essere su TikTok rischi di venir considerato un fenomeno demenziale, Daniele non ha dubbi: “È molto relativo. Mi ricordo che agli esordi anche YouTube veniva considerato negativamente. Poi ha interessato sempre più persone e dopo un po’ la visione generale è cambiata: è solo una questione di tempo”. Di diverso rispetto a Cecilia, con cui è diventato amico (tra creators si fanno raduni per l’Italia e si stringe amicizia), Daniele fa video con accanto la sorella di cinque anni e mezzo (“ci tiene molto che sia preciso sulla sua età!”), senza avere preoccupazioni rispetto al rischio per la sorellina di eventuali manie di protagonismo o emulazione. “È cresciuta con me, per cui ha visto nascere questa cosa. Ha un’indole vivace e coinvolgente, era inevitabile che si mettesse in mostra anche lei con i social. Tutto dipende da come gli utenti la vivono e cosa postano”. Quello di Davì è un punto di vista che sembrerebbe trascurare il bisogno insito nell’essere umano del contatto fisico e del confronto con l’altro.

“Un passaggio fondamentale – continua Silvia Renzi – quando si è nella fase della crescita. Così è come se ci si tuffasse in una dimensione parallela dove tutto ha senso, è coerente e giusto, ma non ha nulla a che vedere con la realtà vissuta. È una schizofrenia in cui vivono quotidianamente e che può provocare disagi nelle relazioni sociali”. Per alcuni sarà anche un passatempo, ma ci sono tanti creators che ci guadagnano. Facendo video in diretta si possono chiedere agli utenti delle donazioni: basta cliccare su alcune emoji e comprarle. Giusto per fare un esempio, la “drama queen” vale 54 euro e metà cifra va a TikTok mentre l’altra metà la intasca il tiktoker.

Ciononostante la parola d’ordine resta divertirsi. Lo conferma il tiktoker diciottenne Manuel Spadea, secondo cui è tutta una questione di “attenzioni. Mi sono sempre piaciute e con TikTok mi diverto tantissimo, libero la fantasia. Prima di fare un video mi domando sempre se fa ridere anche a me: solo a quel punto capisco che sto facendo la cosa giusta. Però non lo faccio per compiacere, per me contano i contenuti”. Riguardo ai suoi 300 mila follower minorenni, Manuel si sente “come un cugino più grande che li fa divertire. Certo tanta gente è convita di diventare la nuova Ferragni, invece di considerarlo solo un gioco”.

Secondo la psicoterapeuta Renzi la gravità di questo tipo di divertimento risiede nella scomparsa del tempo dell’interiorizzazione: “La brevità dei video trascura la fase della riflessione, della condivisione interna e dell’elaborazione delle emozioni. Cartesio con “Cogito ergo sum” esprimeva la certezza che l’uomo ha di se stesso come soggetto pensante. Oggi si può parlare solo di “Posto ergo sum”, pubblico quindi sono”.


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