Tokarczuk, viaggiare in un mondo aperto – Libri


(ANSA) – ROMA, 17 MAR – OLGA TOKARZCUK, I VAGABONDI (BOMPIANI, PP. 384, 20,00 EURO) Il mondo non si può “più raccontare in maniera lineare, dall’inizio alla fine”. Per questo la scrittrice polacca Olga Tokarczuk ha trovato un modo nuovo per dar voce “a questa realtà dove ormai ci sono troppe cose, che è impossibile abbracciare, comprendere”. La costruzione a costellazioni de ‘I Vagabondi’, il romanzo con cui ha vinto l’International Man Booker Prize 2018, pubblicato ora in Italia da Bompiani nella traduzione di Barbara Delfino, viene da qui. “E’ come quando guardi le stelle di notte e lo sai che sono disposte in maniera caotica, ma nonostante questo la nostra mente va disegnando un senso, delle congiunzioni. Ho scritto senza seguire una struttura lineare, ma cercando sottili anelli di congiunzione fra un racconto e l’altro, come una rete” dice all’ANSA la Tokarczuk, scrittrice e poetessa tra le più acclamate in Polonia, tradotta in trenta lingue, al suo arrivo a Roma, dove è protagonista il 17 marzo della Festa del Libro e della Lettura, ‘Libri Come’ all’Auditorium Parco della Musica.

Il viaggio, la libertà di spostarsi da un luogo all’altro, il tempo di chi non sta mai fermo, sono l’anima del romanzo dove a fare da spirito guida è una narratrice che fin da bambina ha un grande desiderio, essere in movimento. Con lei si muovono come tanti affluenti personaggi speciali, la sorella di Chopin che porta il cuore del fratello da Parigi a Varsavia, un anatomista olandese scopritore del tendine d’Achille e un popolo di nomadi slavi, i beguni, i vagabondi del titolo originale del libro.

“In letteratura è vero tutto ciò che sarebbe potuto succedere” spiega la scrittrice, originaria di Varsavia, dove è nata nel 1962, appassionata viaggiatrice che è venuta a Roma in automobile dalla Polonia. “Ho guidato per due giorni. Un po’ stancante, ma non mi va in questo momento di prendere aerei” racconta. Poi spiega che ‘I Vagabondi’ è stato scritto 12 anni fa e oggi dovrebbe essere compreso da “un punto di vista storico. Molte cose sono cambiate. Era appena scoppiato il mondo globale, tutti si muovevano, non solo le classi privilegiate, anche le persone normali. Mancava pochissimo perché scoppiassero le guerre climatiche, le ondate di immigrazione. Oggi questo libro è una sorta di epitaffio a un grande mondo aperto che oggi non c’è più. Non parlo infatti di immigrati, perché è stato scritto sulla soglia del grande cambiamento” afferma. “Oggi scriverei un libro molto più cupo di quanto già non sia. Ci sarebbero ovviamente gli immigrati perché oggi non si può descrivere il mondo senza di loro, senza parlare di quello che sta accadendo in Siria e della sensazione imminente di pericolo della fine del mondo” racconta la Tocarczuk che traccia un itinerario anche con riproduzioni di mappe e disegni. “Sono eccentriche, mostrano un diverso modo di rapportarsi al mondo. Poterebbe nascere un nuovo campo di studi della letteratura delle mappe” sottolinea.

Poi racconta che “anche in Polonia ieri sono scesi in piazza diverse migliaia di ragazzi giovanissimi per protestare contro i cambiamenti climatici. E’ stato molto commovente. Esiste la possibilità che ci sia un reale cambiamento, che qualcosa succeda. Finora avevamo generazioni di politici di una certa età che si muovevano su una prospettiva di quattro anni, fino alle prossime elezioni. Adesso questi ragazzi giovanissimi vedono una prospettiva di venti-trent’anni”.

“Vengo da un Paese comunista. Ho viaggiato molto da adulta, quando ho avuto il passaporto. Ho potuto lasciare la prima volta la Polonia a 30 anni. Per me questo aspetto libertario del viaggio è importantissimo. Ma oggi – sottolinea – ogni volta che viaggio non posso fare a meno di pensare che altre persone della mia età, di altre parti del mondo, non lo possono fare e quindi questa mia libertà perde di fascino e attrazione” spiega la scrittrice che ha iniziato a scrivere un “romanzo epico” dedicato ai luoghi in cui vive, la Bassa Slesia. “E’ un lavoro molto impegnativo, perché devo fare un sacco di ricerche, però mi piace affrontare progetti così grandi e poi penso sia un obbligo morale perché la Bassa Slesia è una sorta di macchia vuota sulla carta geografica e voglio riempirla con la letteratura”. 




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