Tunisia, un minore non accompagnato tenta il suicidio nel centro UNHCR



MEDENINE (Tunisia) – A metà strada tra l’isola di Djerba e la Libia, la città tunisina di Medenine è diventata nuova meta per chi cerca rifugio e sicurezza dopo gli anni trascorsi in Libia. Gli arrivi si sono intensificati negli ultimi mesi: per chi ha già tentato più volte di attraversare il Mediterraneo, l’alternativa della rotta terrestre tunisina non assicura l’arrivo in Europa, ma garantisce la registrazione con l’UNHCR e apre la speranza di essere ricollocati.

Mancanza di prospettive e frustrazioni quotidiane. Incontro Senait in un ristorante sulla strada che porta a Djerba. Ci diamo appuntamento fuori dal centro di transito di Ibn Khaldun, un dormitorio dell’UNHCR gestito dalla Mezzaluna Rossa tunisina dove da diversi mesi sono ospitati eritrei, sudanesi e somali che hanno fatto domanda d’asilo in Tunisia. Nel centro ci sono circa 220 persone, tra cui minori non accompagnati, famiglie con bambini e donne sole. Senait è cresciuto in Eritrea, ma la paura del servizio militare l’ha spinto a lasciare il paese all’ultimo anno di scuola superiore. Mi guarda fisso negli occhi mentre parla e poi china lo sguardo sullo schermo del telefono. “Ho sofferto abbastanza. A volte penso che togliermi la vita sia l’unica soluzione.” Continua con una voce decisa. “Sono stato vittima di molestie sessuali, psicologiche, torture, abusi continui dei trafficati solo per ottenere un riscatto e lasciarmi partire”. Mentre continua deciso, Aklilu seduto accanto a noi lo interrompe. “Hanno portato Nato all’ospedale. Ha tentato di uccidersi”.  Il minore si è tagliato le vene ed ha tentato di bere dell’acido, conferma il direttore del centro a Medenine.  

Dopo Etiopia, Sudan e Egitto, l’ultimo tentativo di fuga dalla Libia. Nato, 16 anni, era arrivato in Tunisia lo scorso ottobre. Tra i primi eritrei ad attraversare il confine, aveva ricevuto la conferma del suo status di rifugiato. In Libia aveva trascorso diversi mesi in prigionia. La decisione di lasciare Tripoli via terra ed affidarsi ancora una volta ai trafficanti era arrivata con l’opportunità di raggiungere Jumayl, una città a sud ovest di Zuwara, dove il viaggio in macchina fino alla frontiera tunisina sarebbe stato organizzato da un trafficante eritreo per 4000 dinari con varie tappe di transito. La sosta era durata più del previsto, i soldi accumulati non erano bastati, così la decisione di scappare a Abu Kammash e attraversare il confine a piedi con altri 2 eritrei.

Per noi l’unica soluzione è affidarci ai trafficanti. “Ci costringono a rimanere in Tunisia e vogliono trasformare la Tunisia in un paese di destinazione”. Continua Jamal mentre mi mostra la carta che l’UNHCR gli ha consegnato qualche settimana fa. “Durante l’intervista per lo status di rifugiato mi hanno chiesto se voglio rimanere qui. Nessuno ci ha dato informazioni sul nostro futuro, lo capisci? Siamo abbandonati senza opzioni. L’unica soluzione è attraversare il mare ed affidarci ancora una volta ai trafficanti”.

La mancanza di prospettive e il senso d’abbandono. Il tentato suicidio nel centro UNHCR di Ibn Khladoun non è un caso isolato. “Nessuno di noi è sorpreso. Abbiamo paura.” ripetono diversi minori incontrati a Medenine. Qualche settimana fa, un’altra ragazza aveva tentato di ritornare in Libia quando l’UNHCR di Tripoli l’aveva chiamata annunciando che sarebbe stata evacuata in Niger. “Abbiamo il diritto di conoscere quale sarà il nostro futuro e ricominciare una vita normale. Quando chiediamo informazioni ci rispondono che se non vi piace stare qui potete tornare in Libia.”

Il supporto ai minori non accompagnati. Mentre, il procuratore generale e il delegato della protezione dell’infanzia sono stati coinvolti nel caso di tentato suicidio, Venerdì scorso, il minore è stato trasferito dalla mezzaluna tunisina in un ospedale psichiatrico a Sfax, 212 km a nord. “Non mi sento bene qui e non capisco perché mi hanno portato in questo posto. Nessuno parla la mia lingua e sono isolato e sorvegliato.” Il susseguirsi di telefonate e appelli alla società civile e alle organizzazioni che si occupano di migranti e rifugiati nel paese ha diminuito la sensazione di abbandono, ma rimangono gli interrogativi rispetto al futuro. Nel frattempo la lega tunisina dei diritti umani sta seguendo il caso da vicino e sta cercando di trovare alternative.

La gestione dell’accoglienza. Il sistema di accoglienza, che si concentra interamente nella piccola e fragile città di Medenine, è precario e incompleto. A garanzia due strutture, entrambe gestite dalla Mezzaluna Rossa tunisina: la prima, Al-Hamdi, e la seconda la seconda, Ibn Khladoun, gestita in partnership con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Le difficoltà rimangono l’accesso ai servizi medici e la mancanza di prospettive. “Siamo rimasti in Libia più di un anno. Mia moglie ha avuto un aborto spontaneo a causa delle torture. Ho seppellito i miei amici a mani nude. Ci hanno venduto e rapito. Ora che siamo finalmente fuori da questo inferno, abbiamo chiesto di vedere un medico, ma da quando siamo arrivati nessuno ci ha visitato.” Samrawit ha 21 anni ha passato la sua vita a scappare e cercare di costruirsi un futuro in un luogo sicuro. Il direttore regionale della Croce rossa di Medenine, Manji Salim conferma che la difficoltà a gestire la situazione: “gli arrivi sono quotidiani ed entrambi i centri sono già a capienza massima o hanno superato la capacità e le persone sono costrette a dormire nei corridoi o sul tetto. Gli arrivi continuano ogni giorno. Stiamo cercando soluzioni alternative come strutture scolastiche o appartamenti, ma sono soluzioni temporanee.”

La politica dell’UNHCR. Tra i rifugiati arrivati a Medenine – un gruppo di 32 – è stato costretto ad abbandonare il centro su richiesta dell’UNHCR. Mentre gli arrivi crescono e il piano di accoglienza europeo in Nord Africa rimane sullo sfondo, l’UNHCR sta di fatto spingendo l’alternativa dell’insediamento temporaneo dei rifugiati in Tunisia.  “Ci daranno 350 dinari tunisini al mese (€ 102) e ci hanno chiesto di trovare un appartamento. 9 di noi sono andati a Tunisi, mentre il resto è rimasto qui a Medenine.” Se da una parte la politica UNHCR per la Tunisia, mira a rafforzare l’autosufficienza e l’inclusione dei rifugiati, dall’altra la mancanza di una legge d’asilo tunisina nega l’accesso al mercato del lavoro legale. Le precarie opportunità di integrazione locale rimangono una visione, considerando che molti non parlano arabo o francese e in diverse situazioni la carta di rifugiato non è una garanzia.

L’abbandono e la mancanza di servizi. Un gruppo di circa 350 richiedenti asilo e rifugiati originari da Eritrea, Sudan e Somalia aveva organizzato qualche giorno prima una protesta pacifica con l’intenzione di chiedere all’UNHCR risposte e soluzioni. Tra gli slogan “Siamo venuti dalla Libia. Basta prigioni. Vogliamo essere liberi”. Tra le rivendicazioni principali la mancanza di supporto medico e il bisogno di vivere dignitosamente. “Vogliamo ricominciare la nostra vita, vogliamo giustizia”, ripete Mohammed, scappato dal Darfur e cresciuto nei campi sfollati in Chad.

La Libia vista dalla sponda tunisina. Il confine con la Libia resta un territorio dove i dubbi e le promesse fatte all’Europa, Tunisia e Libia disegnano le relazioni, fatte anche da vincoli, scambi e dipendenze. L’ultimo annuncio e arrivato dall’Italia con la donazione di 50 fuoristrada alla guardia nazionale tunisina, finanziati dal Fondo Africa del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, per continuare a sostenerla operativamente nella lotta all’immigrazione. Inoltre, negli ultimi anni la Tunisia ha ricevuto il supporto dal Pentagono grazie ad un investimento di 20 milioni di dollari per sensori ad alta tecnologia da utilizzare al confine con la Libia: il raddoppiando gli investimenti statunitensi ed europei ha come obiettivo di impedire ai migranti, estremisti e trafficanti di attraversare la frontiera.

Un partner chiave. La discussione che vuole coinvolgere la Tunisia, come potenziale partner per la gestione delle migrazioni, rischia di mettere in pericolo il fragile equilibrio politico in vista delle elezioni legislative di ottobre prossimo e le presidenziali di novembre. Inoltre, inserendo la Tunisia nell’ambito della più ampia strategia dell’UE di esternalizzazione dei controlli migratori, di fatto si riconosce la Tunisia come un paese sicuro per ospitare rifugiati, senza però un vero sistema nazionale d’asilo e le capacità nazionali per proteggere e assistere i rifugiati e i richiedenti asilo.

Disoccupazione e crisi economica. La regione dell’estremo sud Tunisino e da tempo simbolo di partenze e arrivi, disuguaglianze e esclusione sociale ed economica. Il responsabile dell’Unione dei diplomati disoccupati di Zarzis Anis Raafik lo conferma: “I nostri giovani vogliono partire. Lo sanno che se arrivano in Italia li riportano in Tunisia, ma qui non ci sono prospettive. Sui 5000 che si sono registrati all’ufficio per l’impiego nel 2018, 2000 sono laureati senza impiego. Chi ha tentato la traversata, e pronto a rifarlo. Raccolgono i soldi nella stagione estiva e si preparano a partire. Lascia che ti dica la verità: servono alternative e investimenti, per tutto il resto, gli aiuti per il controllo delle frontiere, quelli portano beneficio solo allo stato tunisino”.


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