Tutte le volte che abbiamo incontrato Neanderthal: è scritto nel nostro Dna


LA STORIA la conosciamo più o meno tutti. Quando gli antenati degli uomini moderni, i sapiens per intenderci, uscirono fuori dall’Africa, incontrarono altre popolazioni di ominidi, come i cugini Neanderthal, in Europa, o i cugini Denisova, più a est. Di questi incontri ne rimane tutt’ora traccia: sappiamo infatti che un po’ del Dna degli antichi cugini sopravvive anche nei genomi delle attuali popolazioni. Tuttavia, come, quando e soprattutto quante volte avvennero questo scambi di geni – incroci – non è del tutto chiaro. Oggi a raccontarci qualcosa in più sugli antichi accoppiamenti che diedero origine alle popolazioni moderne è uno studio apparso sulle pagine di Nature Ecology & Evolution, almeno per quel che riguarda i Neanderthal: gli incontri e gli incroci con loro avvennero più e più volte. Questo, oltre a spiegare quanto troviamo nel Dna delle popolazioni moderne, mostra anche che più complesso e intenso fu il nostro rapporto col cugino Neanderthal.
 
STRADE E INCROCI
I ritrovamenti fossili e le datazioni su questi resti, combinati con le analisi di genetica, ci hanno permesso solo in parte di ricostruire la complessa storia di migrazioni e strade percorse dai nostri antenati. Tutti questi studi, per esempio, ci permettono di dire che quando gli antenati dei Sapiens, meno di centomila anni fa, uscirono dall’Africa si incrociarono con i Neanderthal presenti all’epoca in Eurasia (i cugini sopravvissero fino a circa 40 mila anni fa). La testimonianza è nell’eredità che tutte le popolazioni, ad eccezione di quelle africane, si portano dietro, come Dna neanderthaliano (pari a circa il 2% in media). Ma queste tracce sono presenti in percentuali variabili: le popolazioni asiatiche mostrano in media un 15-20% in più di Dna di origine neanderthaliana e negli anni sono diverse le ipotesi che si sono fatte avanti per spiegare quanto osservato.
 

COME SPIEGARE LE DIFFERENZE
C’è chi ha avanzato l’idea di diverse pressioni evolutive sulle popolazioni che avrebbero fissato in percentuali diverse l’abbondanza di questi geni. C’è chi sostiene invece che gli europei – in cui il Dna dei cugini ne hanno meno – si incrociano e diluirono i loro genomi con altre ondate migratorie di sapiens provenienti dall’Africa. Di contro, l’abbondanza del Dna dei Neanderthal negli asiatici potrebbe spiegarsi ammettendo che gli incroci iniziali con gli antenati di queste popolazioni  avvennero con gruppi più piccoli rispetto a quanto avvenuto per quelle europee. O ancora, gli incroci potrebbero essere avvenuti in più ondate, riuscendo così a spiegare le differenze osservate. L’ipotesi predominante finora era che Neanderthal e antenati dei Sapiens si incrociarono principalmente tra i 50 e i 60 mila anni fa, lungo un ristretto periodo di tempo prima che europei e asiatici si separarono.
 
PIU’ INCROCI, NON UNO SOLO
Nel nuovo studio Fernando A. Villanea e Joshua G.Schraiber? della Temple University di Filadelfia hanno cercato di capire se potessero esistere modelli in grado di spiegare meglio quanto osservato. Per farlo hanno analizzato il Dna di individui contemporanei, e hanno effettuato una serie di simulazioni per quantificare il contributo genetico dei Neanderthal secondo scenari demografici diversi, che ipotizzavano cioè differenti ondate e momenti di incontro (e incroci). Mettendo insieme i risultati i due ricercatori raccontano come quello che osserviamo oggi si può spiegare meglio ammettendo ondate diverse di incroci tra Neanderthal e gli antenati sia delle popolazioni europee che asiatiche, prima e dopo che queste si separarono. In questo modo, ipotizzano gli autori anche grazie all’aiuto di tecniche di machine learning, il modello da loro proposto è in grado di spiegare un’abbondanza maggiore di Dna neanderthaliano nelle popolazioni asiatiche (anche se non è possibile escludere del tutto degli eventi di diluizione negli europei dovuti a incroci con popolazioni euroasiatiche non imparentate con i Neanderthal).

Si tratta di un risultato in parte già suggerito anche da altri studi che cercavano di ricostruire le complesse strade percorse dai nostri antenati e che ben si inquadra in un contesto di frequenti interazioni tra diversi gruppi di ominidi, commenta Fabrizio Mafessoni del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia, autore della recente scoperta dell’erede di Neanderthal e Denisova, in un articolo di accompagnamento al paper. Qualcosa in più su queste strade, conclude Mafessoni, potremmo scoprirlo solo grazie al sequenziamento di altre materiale genetico di ominidi arcaici. Sia cugini che nonni, solo così potremmo avere un ritratto di famiglia più chiaro.

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Mario Calabresi
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