Zeichen al passaggio di secolo – Libri


    ”Per chi avrà trascorso la maggior parte della vita nel secolo scorso, una volta espulso da questo, per comparire nel terzio millennio, con quale mandato o diritto giudicherà ancora il Novecento letterario, essendone così distanziato?” si chiede Valentino Zeichen e questa riflessione è come un po’ riguardasse anche la sua vita che vive ”non solo un mero scatto di date sul calendario, ma pure una presa di distanza dello spirito”. Così, rispetto a un certo sconforto che si trovava evidente nel ”Diario 1999”, nelle pagine di quello del 2000 il poeta appare sempre estremamente critico sul presente, alle prese con affanni quotidiani tra i danni della sua casa a Borghetto Flaminio e malanni fisici, ma più disposto a vivere e lasciarsi vivere con una certa leggerezza, più simile a come lo conosciamo, col suo disincanto.
    Il nuovo volume dei suoi Diari esce in concomitanza con i tre anni dalla sua morte il 5 luglio 2016 a 78 anni e ci riporta a una Roma di salotti e cene tra mondanità e cultura in cui ognuno alla fine cerca anche un proprio piccolo tornaconto: il poeta la cena e un po’ di compagnia, gli ospiti magari un po’ di luce, di visibilità sotto la luminosità di certi invitati. A una persona che ha dato un ricevimento in suo onore e poi gli chiede cosa se ne dica, che riscontro abbia avuto lui, un po’ ironico e un po’ paziente, invia una pagina di Repubblica con una sua lunga intervista. Ad amici che lamentano abbia disertato un loro pranzo cui aveva assicurato d’esserci, spiega invece che è stato attratto da un invito dove sapeva che sarebbero corsi fiumi di champagne, per cui ha una debolezza.
    Tra una cena, una presentazione di un libro, la vernice di una mostra, la visione di un film (e si legga la divertente pagina su ”Kippur” di Amos Gitai) l’arrivo di un amico c’è, come era spesso in lui almeno apparentemente, un vivere contingente, quotidiano ma con una romana svogliatezza nonostante le origini austroungariche, così come il lavoro, la scrittura, la pubblicazione di un libro sembrano non dargli più appagamento. ”A differenza di molti miei colleghi ho sempre coltivato un’ambizione letteraria leggera, dilettantesca”, afferma, chiedendosi se questo valga anche dopo aver pubblicato otto libri, se possa essere ancora ”un disinteressato attore che interpreta il ruolo di autore in questa commedia della letteratura”. Del resto il gioco del ruolo e delle parti lo avverte sempre e ama chi si maschera come l’artista amico Ontani. O se la prende pacatamente con la recensione ”contraddittoria o incomprensibile” dell’amico Cordelli sul suo libro ”Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio”, uscito proprio nel 2000.
    L’atmosfera di queste pagine, di questi appunti quasi quotidiani in prosa e in versi, è del resto molto di ambiente e atmosfera romana, come sono i suoi versi e sentimenti più romani quelli dei versi raccolti in quel libro, con quelle poesie tutte intitolate a luoghi e monumenti della città ma poi così sottilmente e sostanzialmente esistenziali. Si legano, tanto per citarne tre, ”Marco Aurelio”, ”Arancia mondo” o ”Ragazza romana”, visto che Fazi ha giustamente riproposto in appendice a questo Diario l’integrale di quella raccolta. Sono queste, come quelle del volume precedente, pagine ricche di notazioni intelligenti, di curiosità e pensieri, di giudizi anche di un uomo e un artista assolutamente libero che gioca col passare del tempo, lasciandoci mille occasioni per riflettere e meravigliarci (forse non a caso in tedesco Zeichen vuol dire: segno, segnale, marchio, indizio) o, come scrive, per spingerci a ”applicare alle tempie / specchietti retrovisori / e ogni tanto dare / un’occhiata al passato”.
   




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